Ventotene, comizio di Benigni in Rai su quanto è bello essere servi della UE
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Roberto Benigni è tornato in tv con “Il Sogno”, uno spettacolo che dovrebbe celebrare l’Europa, ma che in realtà è l’ennesima prova della sua vera natura: un personaggio sopravvalutato, un pessimo comico che si atteggia a intellettuale per lisciare il pelo all’oligarchia di Bruxelles. Altro che cultura, qui siamo di fronte a un monologo stucchevole, un inno sdolcinato all’Unione Europea che puzza di propaganda da lontano un chilometro.
“Ne abbiamo fatte di belle cose noi europei”, declama Benigni con quel suo tono da predicatore untuoso, snocciolando una lista di glorie – dalla logica alla Sistina, dalla democrazia all’atomo – come se tutto fosse merito dell’UE. Ma è solo retorica vuota, un panegirico per ingraziarsi le élite che da anni lo coccolano, trasformandolo in un simbolo di quell’Italia servile che si genuflette al potere. Il suo elogio dell’Europa come “fucina del pensiero” è un copione scontato, recitato per compiacere i salotti buoni, quelli che lo hanno spacciato per genio quando in realtà è solo un saltimbanco con la battuta facile.
E poi c’è il colpo basso, la stoccata a Giorgia Meloni e al “nazionalismo”, che Benigni dipinge come il male assoluto, “il carburante delle guerre”. Una banalità da due soldi, condita con la solita distinzione tra nazionalismo e patriottismo – “Io sono il primo patriota d’Italia”, si vanta – che sa di ipocrisia. Lui, patriota? Lui che si prostra davanti al Manifesto di Ventotene, quel progetto eversivo che vuole dissolvere le nazioni in nome di un’utopia tecnocratica? Benigni non è un patriota, è un megafono dell’establishment, pronto a baciare la pantofola di chi comanda pur di restare sotto i riflettori.
Il suo racconto di Ventotene – “una pagina commovente” con Spinelli, Rossi e Colorni come eroi visionari – è il punto più basso dello spettacolo. Quei tre, confinati su un’isola, non erano sognatori innocenti, ma ideologi di un’Europa centralizzata che calpesta la sovranità dei popoli. Benigni, con la sua enfasi melensa, li trasforma in santi laici, ignorando il lato oscuro di quel documento: un piano per un super-Stato socialista che soffoca le identità. “Mi mandavano a Sant’Elena”, scherza. No, Roberto, ti mandavano in prima serata, perché sei utile a chi vuole un’Italia docile e senza spina dorsale.
E la battuta su Meloni e Musk? Un riciclo da Sanremo 2023, un colpo da cabaret di serie B che strappa applausi facili a un pubblico già conquistato. “Tra me e Musk non c’è niente”, fa dire a Meloni. Che originalità. Questo è Benigni: un comico mediocre che maschera la sua pochezza con sermoni pseudocolti, un giullare che si piega al politically correct per restare a galla. L’Europa di cui parla non è un sogno, è l’incubo di chi vuole un continente senza nazioni, e lui è il cantastorie perfetto per questa favola nera. Altro che cultura: qui c’è solo servilismo travestito da poesia.
Servi della UE, come fa la Meloni…
semplicemente disgustoso, sia il giullare comunista che il servizio pubblico che fa da veicolo a tali farneticazioni!