Unghera fuori da CPI, ignora mandato e accoglie Netanyahu
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Netanyahu da Orbán: un segnale di sovranità contro la Corte globalista. Anche l’Italia dovrebbe seguire l’esempio
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è atterrato a Budapest, accolto con tutti gli onori dal suo omologo ungherese Viktor Orbán. Una visita che non è solo un incontro diplomatico, ma un vero e proprio atto di sfida contro il mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI) nei confronti di Netanyahu, accusato di presunti crimini di guerra nella Striscia di Gaza. Un mandato che, secondo le regole della CPI, l’Ungheria – in quanto Stato membro – sarebbe teoricamente obbligata a eseguire. Ma Orbán, fedele alla sua linea di sovranità nazionale e scetticismo verso le istituzioni sovranazionali, ha scelto un’altra strada.
🔴 ESCLUSIVA Sono l’unico italiano a partecipare alla visita di Netanyahu a Budapest dove sta incontrando Orbàn. L’Ungheria non solo non ha rispettato il mandato di arresto per Netanyahu della Corte penale internazionale ma ha annunciato che uscirà dalla Cpi. 🇭🇺🇮🇱 pic.twitter.com/wPzZZdPJeB
— Francesco Giubilei (@giubileif) April 3, 2025
Già il giorno successivo all’emissione del mandato, il leader ungherese aveva invitato Netanyahu a Budapest, garantendogli che non avrebbe mai permesso alla CPI di imporre la sua volontà sul suolo magiaro. Una mossa coraggiosa, accompagnata da una critica feroce alla Corte, accusata di essere un organismo politicizzato, lontano dalla giustizia e vicino agli interessi di un’élite globalista. Ora, la decisione è ufficiale: Budapest ha annunciato l’intenzione di uscire dalla CPI, un passo che segna una rottura definitiva con un’istituzione sempre più contestata.
Israele non ha tardato a lodare la “forte posizione morale” dell’Ungheria, un riconoscimento che sottolinea come Orbán stia diventando un punto di riferimento per chi rifiuta il diktat delle organizzazioni internazionali. La CPI, dal canto suo, ha replicato con una nota stizzita, ricordando che “l’Ungheria resta tenuta a collaborare con la Corte”. Ma queste parole suonano vuote di fronte alla determinazione di un leader che ha fatto della difesa della sovranità nazionale il suo marchio di fabbrica.
La scelta di Orbán non è solo una questione di principio, ma un esempio concreto di come un Paese possa resistere alle pressioni di un sistema globale che troppo spesso si piega a logiche politiche mascherate da giustizia. La CPI, nata con l’ambizione di perseguire i crimini più gravi, si è trasformata negli anni in un’arma usata selettivamente contro leader e nazioni che non si allineano al pensiero dominante. Il caso di Netanyahu ne è la prova: un mandato emesso in un contesto di guerra complesso, senza considerare le responsabilità di tutte le parti coinvolte, puzza di strumentalizzazione politica.
E l’Italia? Il nostro Paese, incatenato da decenni a un europeismo acritico e a un’adesione passiva alle istituzioni internazionali, dovrebbe prendere nota. La CPI non è un tribunale imparziale, ma un ingranaggio di un ordine globalista che erode la sovranità degli Stati. Uscire dalla Corte, come sta facendo l’Ungheria, non significherebbe rinunciare alla giustizia, ma riaffermare il diritto di un popolo a decidere autonomamente come affrontare le questioni morali e legali che lo riguardano. L’Italia, con la sua storia e la sua dignità, non può continuare a chinare il capo di fronte a organismi che pretendono di dettare legge dall’alto.
Orbán ha dimostrato che si può dire “no”. Ha accolto Netanyahu non solo per solidarietà, ma per mandare un messaggio al mondo: la sovranità non è negoziabile. È tempo che anche Roma si svegli dal torpore e segua questa strada. Lasciare la CPI non sarebbe un atto di isolamento, ma un passo verso la libertà e l’autodeterminazione. L’Ungheria ha aperto la via: sta a noi decidere se percorrerla.
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