Sbarca a Lampedusa e sgozza tre persone in chiesa: “migrante in cerca di futuro”
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Il Caso Brahim Aouissaoui: Quando l’Immigrazione Diventa una Minaccia Mortale
Brahim Aouissaoui, il terrorista tunisino di 25 anni che nel 2020 ha seminato morte nella basilica di Notre-Dame a Nizza, è stato condannato oggi, mercoledì 26 febbraio 2025, dalla corte d’assise speciale di Parigi alla reclusione a vita, senza possibilità di sconto di pena. Tre vittime – due donne e il sagrestano – sgozzate a sangue freddo in un attacco che ha sconvolto la Francia. Le sue parole in aula gelano il sangue: “Non sono un terrorista, sono un musulmano… Tagliare la testa è un simbolo, un messaggio per dire che c’è un’ingiustizia. La decapitazione serve anche per spaventare le persone”. Una rivendicazione che non cerca scuse, ma trasforma l’orrore in un atto ideologico, incompatibile con i principi di qualunque società civile.
Eppure, la vera tragedia è che tutto questo poteva essere evitato. Aouissaoui non è piombato dal nulla: è sbarcato a Lampedusa il 20 settembre 2020, appena due mesi prima del massacro. Arrivato su un barcone dalla Tunisia, è stato accolto come uno dei tanti “migranti in cerca di futuro”. Quarantena sulla nave Rhapsody, fotosegnalazione a Bari, un ordine di espulsione sulla carta e poi… libertà. Nessun controllo serio, nessuna verifica approfondita. Da Bari alla Francia il passo è stato breve: armato di un coltello e di un piano omicida, ha raggiunto Nizza e ha colpito. Non è un caso isolato. Ricorda Anis Amri, l’attentatore di Berlino del 2016, anch’egli passato per Lampedusa anni prima. La storia si ripete, ma nessuno sembra imparare.
Chi ha permesso questo scempio? È troppo facile puntare il dito solo su Aouissaoui. Il governo italiano dell’epoca, con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi e Luciana Lamorgese al Viminale, ha spalancato le porte a un soggetto del genere. Identificato, ospitato, rilasciato senza un minimo di sorveglianza: un disastro annunciato. Certo, la Tunisia non lo aveva segnalato come radicalizzato, ma il problema sta a monte. Con migliaia di arrivi ogni mese, distinguere tra chi vuole davvero rifarsi una vita e chi porta con sé odio e violenza è una missione impossibile. Le politiche migratorie lassiste di allora non hanno solo fallito: hanno creato le condizioni per la strage di Nizza. E chi ne paga le conseguenze? Le vittime, le loro famiglie, un’Europa sotto scacco.
Le parole di Aouissaoui in tribunale sono uno schiaffo: fredde, lucide, spietate. La decapitazione come “simbolo” e strumento per terrorizzare non è un raptus, ma una mentalità che non può trovare posto tra noi. Eppure, il sistema italiano lo ha lasciato passare, quasi scortandolo verso il suo destino di morte. Conte e i suoi dovrebbero risponderne: non si può giocare con la sicurezza dei cittadini per inseguire un’utopia di accoglienza indiscriminata.
È ora di svegliarsi. Gli sbarchi vanno fermati, i confini blindati, i rimpatri resi immediati. Lampedusa non può essere il tappeto rosso per assassini mascherati da disperati. Non è questione di paura dello straniero, ma di puro realismo: ogni barcone è un’incognita che non possiamo più permetterci. Il caso Aouissaoui dimostra che il buonismo ha un costo, e lo paghiamo col sangue. Purtroppo, chi lo ha fatto sbarcare non è stato condannato con lui all’ergastolo. Ma dovrebbe.
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