Neonata rapita a Cosenza, clinica accusa la mamma: “Incauta”
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Questa notizia ricorda il finestrino dell’auto a Vicenza. Quando lo Stato non riesce a fare il proprio dovere, scarica la colpa della propria incapacità sui cittadini.
Rapimento di una neonata in una clinica a Cosenza perpetrata da Rosa Vespa con il marito Omogo Chiediebere Moses, il quale ha dichiarato di essere all’oscuro dei fatti
Ora la clinica accusa la madre di “incauto affido” della piccola: Rosa Vespa si era finta puericultrice. pic.twitter.com/hYyz6Ga0hG
— Francesca Totolo (@fratotolo2) April 2, 2025
È un Paese allo sbando quello che emerge dalle cronache di questi giorni. A Vicenza, un finestrino d’auto sfondato da chissà chi, simbolo di un degrado che non fa più notizia. A Cosenza, un caso ancora più assurdo: il rapimento di una neonata, Sofia, dalla clinica Sacro Cuore, orchestrato da Rosa Vespa, 51enne italiana, con la complicità – consapevole o meno – del marito Omogo Chiediebere Moses, 43enne di origini senegalesi. Lui giura di essere all’oscuro di tutto, ma i fatti parlano da soli: la coppia aveva simulato una gravidanza per mesi, ingannando parenti e amici, fino a inscenare una festa per il “lieto evento” con una bambina rubata.
E ora, il colpo di scena: la clinica punta il dito contro la madre della piccola, accusandola di “incauto affido”. Rosa Vespa, spacciandosi per puericultrice, avrebbe convinto la donna a consegnarle la neonata di appena 36 ore per cambiarla. “Altre madri hanno detto no”, sostengono i legali della struttura, scaricando la responsabilità su una mamma stremata e fiduciosa. Ma la vera domanda è un’altra: come è possibile che una clinica lasci campo libero a una sconosciuta, permettendole di vagare per ore e uscire con una neonata sotto il braccio?
Questo caso è l’ennesima spia di un’Italia che scivola nel caos, dove l’immigrazione di seconda generazione – o i suoi frutti distorti – si intreccia con un sistema colabrodo. Omogo Chiediebere Moses, arrivato dal Senegal, sposato con un’italiana, avrebbe dovuto incarnare, secondo i fanatici del mescolazionismo, il sogno dell’integrazione. Invece, eccolo coinvolto – anche solo come spettatore ingenuo, se vogliamo credergli – in un piano folle che ha spezzato la vita di una famiglia. La sua presenza nella vicenda, al di là delle responsabilità penali, è un simbolo: l’Italia accoglie, ma non controlla. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Rosa Vespa, dal canto suo, ha tessuto una rete di bugie degna di un film: una finta gravidanza, un baby shower, persino un pancione che convinceva tutti. Poi, il 21 gennaio, il colpo: entra in clinica, si finge puericultrice e porta via Sofia. Tre ore dopo, la polizia la trova a casa, a Castrolibero, mentre festeggia con Moses e i parenti l’arrivo del “loro” Ansel. Un delirio che lascia sgomenti. Lui, scarcerato, si professa vittima; lei, in carcere, chiede perdono. Ma il danno è fatto.
Un Paese dove la sicurezza è un optional, dove cliniche non vigilano, dove immigrati e loro discendenti – o chi con loro si mescola – diventano protagonisti di storie che non avremmo mai voluto leggere. È ora di dire basta: controlli, espulsioni per chi sbaglia, stop a un’integrazione di facciata che ci sta costando caro. Sofia è tornata alla sua mamma, ma il prossimo caso potrebbe non finire così bene.
Lui ha dichiarato di essere all’oscuro di tutto, quelli che mi sembrano scuri dalle foto sono loro due