Ilaria Sula, immigrato l’ha sgozzata con ferocia
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Ilaria Sula massacrata da un filippino di seconda generazione: l’Italia paga il prezzo dell’immigrazione

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Il corpo di Ilaria Sula, 22enne studentessa, è stato ritrovato il 2 aprile in un dirupo nei boschi di Poli, a 40 chilometri dalla Capitale, chiuso in una valigia come un rifiuto da smaltire. L’autopsia non lascia dubbi: è morta per una violenta emorragia, colpita da tre coltellate al collo inferte con ferocia dall’ex fidanzato, Mark Antony Samson, un 23enne filippino nato in Italia, figlio di immigrati. “Mi dispiace”, ha biascicato durante l’interrogatorio, dopo aver confessato il delitto. Ma il suo ‘pentimento’ tardivo non cancella l’orrore: Ilaria è l’ennesima vittima di un’immigrazione di seconda generazione che sta trasformando l’Italia in un mattatoio.
Il femminicidio si è consumato nell’appartamento di via Homs, nel quartiere Africano, dove Samson viveva con i genitori. Lì, sotto lo stesso tetto, ha massacrato Ilaria, per poi infilarla in una valigia e scaricarla in un burrone. La sua auto è stata ripresa da una telecamera il 26 marzo, a 500 metri dal luogo del ritrovamento, appena 22 ore dopo l’ultimo messaggio vocale della ragazza, inviato la sera del 25 marzo. La Procura di Roma ha chiesto la convalida del fermo per omicidio volontario, aggravato dalla relazione affettiva, e occultamento di cadavere. Al vaglio c’è anche la posizione dei genitori: erano in casa durante il delitto, sapevano? Hanno aiutato il figlio a ripulire la scena e a disfarsi del corpo? Il silenzio di questa famiglia filippina puzza di complicità.
Mark Antony Samson, un “italiano” solo sulla carta, è il simbolo di un’integrazione fallita. Nato qui, cresciuto qui, studente di architettura alla Sapienza e lavoratore part-time da McDonald’s, avrebbe dovuto essere la prova che l’immigrazione può funzionare. E invece no: ha scelto la via della barbarie, incapace di accettare la fine di una relazione con Ilaria, una ragazza brillante che studiava Statistica e sognava un futuro. Dopo averla uccisa, ha usato il suo telefono per inviare messaggi e postare storie sui social, fingendo che fosse viva, prima di gettarlo in un tombino. Un piano freddo, calcolato, che smentisce il suo “Mi dispiace” e rivela la natura di un individuo cresciuto in una cultura estranea ai nostri valori.
Questo non è un caso isolato. È l’ennesima pugnalata al cuore di un’Italia che si ostina a spalancare le porte a chi non merita di starci. Gli immigrati di seconda generazione come Samson sono una bomba a orologeria: allevati in un Paese che non sentono loro, nutriti da tradizioni che glorificano la violenza, diventano carnefici delle nostre figlie. Ilaria, con le sue tre coltellate al collo, si aggiunge a una lista infinita: Pamela Mastropietro, Michelle Causo, e ora lei. Tutte vittime di un sistema che accoglie senza controllare, che integra senza educare, che perdona senza punire.
E mentre il sangue di Ilaria grida giustizia, la sinistra continua a balbettare le solite scuse: “Non tutti gli immigrati sono così”, “Serve più inclusione”, “È colpa del disagio sociale”. Basta. Non c’è disagio che tenga: Samson aveva un lavoro, studiava, viveva in una casa dignitosa. La verità è che l’immigrazione incontrollata ci sta uccidendo, e i suoi figli, come questo filippino assassino, sono la prova vivente del fallimento. Le nostre libertà sono limitate, le nostre città insicure, le nostre donne in pericolo. È ora di dire stop: espulsioni immediate per chi delinque e per le loro famiglie, chiusura delle frontiere, leggi che puniscano davvero. Ilaria Sula meritava di vivere, non di morire per mano di chi non avrebbe mai dovuto essere qui.
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