Usano la Phica per un giro di vite sulla libertà di espressione online
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Mentre gli immigrati stuprano davvero le donne per strada, tutta l’attenzione del complesso mediatico italiota è diretta alla phica. Così i commenti dozzinali di branchi di segaioli diventano il presupposto per limitare la libertà di espressione sul web.
# Il Caso PHICA: Una Scusa per Giro di Vite contro Libertà di Espressione
In un’era dominata dai social media, dove la privacy e la libertà di parola si scontrano quotidianamente, il caso PHICA emerge come un esempio emblematico di come un problema reale possa essere strumentalizzato per obiettivi più ampi. PHICA, o meglio phica.eu (precedentemente noto come phica.net), era una piattaforma online che fungeva da forum per la condivisione di immagini di donne – a volte rubate oppure prese dai loro profili social – accompagnate da commenti volgari definiti sessisti. Il sito ha attirato milioni di visite grazie all’esposizione mediatica involontaria, con ben 12,82 milioni solo nel luglio 2025, prima di essere chiuso a seguito di centinaia di denunce alla polizia postale. Tra le cosiddette vittime, figure pubbliche come la premier Giorgia Meloni e la leader del PD Elly Schlein, le cui foto tratte da momenti pubblici o privati sono state commentate in modo degradante. Ma mentre è indiscutibile la necessità di perseguire chi viola la privacy altrui, il dibattito si infiamma quando si passa a distinguere tra crimini e semplici espressioni, seppur volgari, di opinioni.
Partiamo dai fatti: il sito PHICA non era solo un archivio di foto intime diffuse senza consenso – una pratica che rientra nel revenge porn e che merita la massima severità penale. Qui si parlava di veri e propri reati, inclusi quelli contro minori, dove immagini rubate venivano caricate e commentate in modo osceno. Su questo fronte, non ci sono dubbi: chi posta foto rubate di donne o, peggio, di minori deve essere perseguito duramente, con pene esemplari che fungano da deterrente. La polizia postale italiana ha già ricevuto centinaia di denunce, portando alla rimozione del sito da parte dei suoi stessi proprietari, che contava migliaia di utenti registrati.
Tuttavia, altra cosa sono i commenti, magari volgari e definiti “sessisti”, su foto pubbliche di influencer che fanno dell’esibizionismo il loro core business. Queste figure, che monetizzano la propria immagine attraverso pose provocatorie e contenuti sensuali sui social, attirano inevitabilmente reazioni crude. È ipocrita gridare allo scandalo per un insulto online quando il modello di business si basa proprio sull’attenzione, positiva o negativa che sia. Similmente, le volgarità dirette a donne politiche, come nel caso di Meloni o Schlein, dove foto da profili ufficiali vengono commentate in modo definito sessista, rappresentano un terreno scivoloso. Qui non si tratta di foto rubate, ma di contenuti pubblici: criticare, anche in modo aspro, fa parte del dibattito democratico, per quanto sgradevole possa essere.
Ormai è chiaro: casi come PHICA vengono gonfiati ad arte per creare un’emergenza artificiale, pompando l’allarme mediatico al fine di proporre “soluzioni” preconfezionate. Media e politici sfruttano lo scandalo per invocare maggiori controlli sui social network, sotto il pretesto di combattere l’odio online e il sessismo. Ma qual è il vero obiettivo? Un ulteriore giro di vite alla libertà di espressione. Piattaforme come Instagram e Facebook, già criticate per la loro gestione arbitraria dei contenuti, potrebbero vedere nuove regolamentazioni che equiparano un commento volgare a un reato grave. Il rischio è che, nel nome della protezione, si finisca per censurare opinioni scomode, limitando il discorso pubblico a un politically correct asfissiante.
Pensiamo al contesto più ampio: il revenge porn è una piaga sociale che richiede attenzione immediata, come sottolineato da varie inchieste e campagne di sensibilizzazione. Eppure, estendere la repressione a ogni forma di espressione “sessista” – un termine spesso usato in modo fin troppo elastico – apre la porta a abusi. Chi decide cosa è volgare? I social media, con i loro algoritmi opachi, o i governi, con leggi che potrebbero sfociare in censura? In Italia, dove la libertà di espressione è tutelata dalla Costituzione, casi come PHICA rischiano di diventare pretesti per norme più stringenti, simili a quelle discusse in ambito europeo per regolare le piattaforme digitali.
In conclusione, mentre di certo non ci stracciamo le vesti per la chiusura di PHICA, dobbiamo vigilare affinché non si trasformi in un cavallo di Troia per limitare la libertà sui social. Già oggi magitrati ideologicamente corrotti oscurano siti per le opinioni che esprimono. Distinguere tra reati e commenti sgradevoli è essenziale per preservare una società aperta. Altrimenti, il prezzo da pagare sarà una democrazia sempre più muta, dove l’emergenza di oggi giustifica la repressione di domani.
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