Maranza picchiano 70enne che osa protestare: l’unico individuato è libero
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### Casalpusterlengo, il pestaggio del ristoratore italiano: un 17enne con precedenti “punito” con un divieto di un anno dai locali notturni – Una beffa che umilia le vittime
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In un’Italia dove la microcriminalità giovanile dilaga e le vittime di aggressioni si sentono protette solo sulla carta, il caso di Alberto Carelli, 62enne titolare dell’Osteria del Vicolo a Casalpusterlengo, rappresenta l’ennesima umiliazione per chi lavora onestamente e osa difendere la propria dignità. Era la notte di Halloween, quella del 31 ottobre 2025, quando un gruppo di teppisti – tra cui un 17enne già noto alle forze dell’ordine – ha trasformato una via del centro storico in un’arena di violenza gratuita. Carelli, padre di famiglia e oste rispettato, si è limitato a chiedere a quei balordi di smetterla di giocare a pallone in mezzo alla strada, di rubare il pallone a suo figlio e di lanciare calci contro la vetrina e i muri della sua trattoria. La risposta? Insulti, minacce e un pestaggio selvaggio che lo ha lasciato con ferite al volto guaribili in dieci giorni, medicato d’urgenza al Pronto Soccorso di Codogno. E mentre lui era in ospedale, quegli stessi vigliacchi hanno osato insultare la moglie chiusa in casa, raggiungendo la trattoria per continuare la loro bravata.
Solo l’intervento casuale di una pattuglia della Polizia Locale ha fermato il massacro sul posto. Il 17enne, residente a Codogno e già con una sfilza di denunce per reati contro la persona e il patrimonio – oltre a un “avviso orale” dal Questore che evidentemente non ha sortito alcun effetto – ha persino opposto resistenza agli agenti: insulti, rifiuti di identificazione, tentativi di colpi. Un profilo da bullo seriale, insomma, che la giustizia italiana ha deciso di “rieducare” con una misura tanto ridicola quanto inefficace: il **Divieto di Accesso alle Aree Urbane (Dacur)**, emesso dal Questore di Lodi. Tradotto in parole povere: per un anno, quel minorenne non potrà entrare nei locali pubblici di Casalpusterlengo. Niente carcere, niente arresti domiciliari, niente servizi sociali veri e propri. Solo un “cartello di divieto” che lo terrà lontano dai bar e dalle discoteche del paese, come se la violenza contro un uomo di 62 anni fosse paragonabile a una multa per schiamazzi notturni.
Ma chi credono di prendere in giro? Questo provvedimento non è giustizia: è una presa in giro, un contentino burocratico che umilia la vittima e premia il criminale. Immaginate Carelli, con il volto tumefatto e l’anima ferita, che legge la notizia: il suo aggressore non finirà dietro le sbarre, non subirà una pena proporzionata al danno inflitto, ma semplicemente… eviterà di bere una birra in piazza per 365 giorni. E se quel teppista decidesse di ignorare l’ordine? O di spostarsi a Codogno o in un altro paese confinante per continuare le sue scorribande? Il Dacur è una misura amministrativa, non penale: non prevede il carcere in caso di violazione immediata, ma solo denunce successive che, nella prassi italiana, finiscono spesso in un nulla di fatto. È il trionfo della “giustizia soft”, quella che preferisce “recuperare” i giovani delinquenti con pacche sulle spalle invece di proteggerli dalle loro stesse pulsioni violente e di tutelare chi, come Carelli, ha il solo torto di essere un cittadino perbene.
E non fermiamoci qui. Questo episodio non è isolato: è il sintomo di un sistema giudiziario che, per i minori – spesso recidivi come questo 17enne – riserva trattamenti da “scuola guida” invece di deterrenti veri. Precedenti per lesioni e furti? Un avviso orale? E poi liberi di pestare un oste italiano in pieno centro storico, con tanto di resistenza a pubblico ufficiale. L’eco nazionale dell’aggressione ha persino ispirato una “passeggiata di sicurezza” organizzata da Forza Nuova, con contromanifestazioni di Anpi e gruppi di sinistra che hanno trasformato la via Cavallotti in un’arena politica. Ma al di là delle bandiere e degli slogan, resta una domanda bruciante: perché un ragazzo con quel curriculum non è già sotto tutela o, quantomeno, monitorato 24/7? Perché la prima denuncia non ha portato a un’affidamento ai servizi sociali, a un percorso riabilitativo forzato, invece di lasciarlo scorazzare fino a Halloween?
La beffa si consuma nel contesto lodigiano, una zona già martoriata da baby gang e microcriminalità che i residenti denunciano da mesi senza risultati concreti. Carelli non è solo una vittima: è il simbolo di tutti gli italiani che, stanchi di subire, escono di casa per un rimprovero innocuo e finiscono in ospedale. E il suo aggressore? Grazie al Dacur, passerà l’anno prossimo a “riflettere” lontano dai locali notturni, magari organizzando pestaggi diurni o spostando le sue “attività” altrove. Ridicolo. Inumano. Inaccettabile.
Basta con queste misure farlocche che fingono di risolvere i problemi senza mai affrontarli. Chiediamo pene vere: per i minori recidivi, percorsi obbligatori di lavoro socialmente utile, affidamento coatto ai genitori o alle comunità, e – se necessario – il carcere minorile per reati gravi come lesioni aggravate. E per le vittime come Carelli, supporto psicologico e risarcimenti rapidi, non solo condoglianze tardive. Questo Dacur da un anno non è protezione: è un invito a delinquere di nuovo, con la sicurezza che la prossima volta il castigo sarà altrettanto blando. Alberto Carelli merita giustizia, non compassione. E l’Italia merita un sistema che punisca i criminali invece di coccolarli. Altrimenti, quante altre vetrine dovranno frantumarsi prima che qualcuno alzi la voce per davvero?



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