Maranza: voi italiani dovete subire senza reagire
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### I Maranza e l’Integrazione al Contrario: Quando gli Italiani Devono “Farsi gli Affari Propri”
In un’Italia sempre più irriconoscibile, dove le strade delle nostre città sono diventate terre di conquista per branchi di immigrati di seconda generazione, emerge un episodio che squarcia il velo dell’ipocrisia sinistra. Parliamo del caso del 15enne ferito a Milano, un giovane italiano che ha osato difendere un amico da una rapina violenta perpetrata da un gruppo di immigrati. Invece di solidarietà o condanna, cosa sentiamo? Da un “maranza” – quel termine che ormai identifica i rampolli dell’immigrazione fallita, con il loro mix di arroganza da strada e disprezzo per le regole – arriva il verdetto: “Doveva farsi gli affari suoi”. Ecco il concetto di onore e rispetto che questi individui portano nelle nostre comunità. Un onore distorto, fatto di codardia collettiva e imposizione del silenzio sugli autoctoni.
Ricordiamo i fatti, per chi ancora finge di non vedere. A Milano, città simbolo del multiculturalismo imposto dalla sinistra, un ragazzo di soli 15 anni interviene per proteggere un coetaneo da un’aggressione. Risultato? Viene accoltellato, ferito gravemente, mentre i responsabili – descritti come un branco di immigrati, probabilmente di origine nordafricana o balcanica – fuggono nel nulla, protetti dall’omertà delle loro enclave. E in studio, durante una puntata di *Dritto e Rovescio*, un rappresentante di questa “seconda generazione” non trova di meglio che colpevolizzare la vittima. “Fatti gli affari tuoi”, dice, come se l’Italia fosse diventata una giungla dove il coraggio civile è un reato e la difesa personale un optional da evitare.
Ma cos’è esattamente un “maranza”? Non è solo un’etichetta slang: è il prodotto di un’integrazione al rovescio, dove figli di immigrati crescono in quartieri ghettoizzati, assorbendo una cultura di gruppo che privilegia la fedeltà al clan sopra ogni legge. Vestiti firmati rubati o contraffatti, atteggiamenti da bulli di periferia, e un disprezzo profondo per l’Italia che li ospita. Questi giovani, nati qui ma educati a odiare le nostre tradizioni, formano bande che terrorizzano le strade: rapine, spaccio, aggressioni. E la sinistra? Li dipinge come vittime della società, esempi di “integrazione positiva”. Davvero? Questa sarebbe la multiculturalità che ci vendono? Quella in cui un italiano deve subire in silenzio, chinare la testa di fronte al branco, per non disturbare il fragile equilibrio dell’accoglienza indiscriminata?
Pensateci: mentre i nostri ragazzi studiano, lavorano e rispettano le regole, i maranza impongono il loro codice. “Onore” per loro significa vendetta tribale, non giustizia. “Rispetto” è sinonimo di paura instillata negli altri. E se un italiano osa reagire, come quel povero 15enne, diventa il colpevole. Deve “farsi gli affari suoi”, ovvero accettare la sottomissione. È questo il futuro che vogliamo? Un’Italia dove i nativi sono cittadini di serie B, obbligati a tacere mentre le nostre città si trasformano in zone franche per l’illegalità importata?
La sinistra, con le sue politiche di frontiere aperte e sanatorie infinite, ha creato questo mostro. Parlano di “arricchimento culturale”, ma l’unico arricchimento è quello dei criminali che sfruttano il nostro welfare. Quanti episodi simili dobbiamo contare? Da Torino a Roma, da Napoli a Bologna, le cronache sono piene di aggressioni da parte di queste bande. E ogni volta, il mantra è lo stesso: “Non generalizziamo, è solo un caso isolato”. Ma i casi isolati si accumulano, diventando sistema. L’integrazione positiva? È una favola per ingenui. Per questi immigrati di seconda generazione, l’Italia è solo un territorio da conquistare, non una patria da amare.
È ora di dire basta. Basta con l’ipocrisia, basta con le scuse. Gli italiani non devono subire in silenzio. Dobbiamo reclamare le nostre strade, le nostre leggi, la nostra sicurezza. Chi viene qui deve rispettare le regole, contribuire, non imporre il caos. Altrimenti, il messaggio è chiaro: tornate da dove venite, o da dove sono venuti i vostri genitori. Perché l’Italia non è un campo profughi, né un’arena per branchi selvaggi. È la nostra casa, e la difenderemo – senza farci gli affari nostri: anzi, sono proprio affari nostri.



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