Il business dei baby migranti: 30enni nella comunità per minori
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**Il business dei “baby migranti”: a Monfalcone il trentenne che resta minorenne a vita**
Monfalcone non è più solo la città dei cantieri Fincantieri. È diventata il simbolo italiano di un sistema di accoglienza che, sotto il velo dell’umanitarismo, ha generato un vero e proprio **mercato parallelo**: il business dei “minori stranieri non accompagnati” che misteriosamente non diventano mai maggiorenni.
L’ultimo caso emerso, che sta facendo discutere la provincia di Gorizia e oltre, è esemplare: un uomo di **30 anni** (età anagrafica accertata) si trova ancora inserito in una **comunità per minori**, con tutti i benefit economici e burocratici che questo status garantisce. Documenti dubbi, età dichiarata al ribasso al momento dello sbarco, assenza di verifiche mediche rigorose e soprattutto la regola aurea del sistema italiano: finché non c’è prova contraria incontrovertibile, il “minore” resta minore. Anche quando ha la barba folta, le rughe e l’età di un trentenne medio.
### Monfalcone, laboratorio fallito dell’integrazione (e dell’accoglienza eterna)
La città isontina è da anni sotto i riflettori nazionali. Qui gli stranieri rappresentano circa il **30%** della popolazione residente, con una componente bengalese preponderante. Due neonati su tre nascono da genitori stranieri, i ricongiungimenti familiari hanno moltiplicato le presenze, le tensioni sociali sono palpabili da oltre un decennio. Ex sindaca Anna Maria Cisint (ora europarlamentare Lega) ha fatto della battaglia contro “l’islamizzazione” e la “sostituzione etnica” il proprio cavallo di battaglia, arrivando a ricevere minacce di morte e scorta.
Ma il vero scandalo non è solo culturale o religioso. È economico.
Le comunità per minori non accompagnati fruttano allo Stato (cioè ai contribuenti) cifre che oscillano tra **45 e 100 euro al giorno** per ospite, a seconda della struttura e dei servizi. Per un “minore” la diaria è quasi il doppio rispetto a un adulto. Risultato: strutture private e cooperative sociali fatturano milioni, mentre molti soggetti restano parcheggiati per anni in un limbo adolescenziale eterno.
A Monfalcone, città già satura di presenze straniere e con un sistema di servizi sociali sotto pressione costante, l’arrivo di ulteriori “minori” è visto come l’ennesima beffa. Il sindaco attuale Luca Fasan lo ha detto chiaramente al prefetto: «Non possiamo ospitare altre presenze, la città è già provata sul fronte dell’integrazione sociale e dell’ordine pubblico».
Eppure il sistema continua a girare. Perché fermarlo significherebbe ammettere che:
– le verifiche anagrafiche sono carta straccia
– la presunzione di minor età è diventata regola d’oro (e di business)
– lo Stato italiano paga profumatamente chi tiene dentro una comunità un trentenne spacciandolo per ragazzo
### I numeri che non tornano (e che nessuno vuole vedere)
In Italia, dal 2015 in poi, decine di migliaia di giovani migranti sono arrivati dichiarandosi minori. Le statistiche ufficiali mostrano che oltre l’85% ha tra i 16 e i 17 anni al momento dell’ingresso. Una coincidenza straordinaria: nessuno sbarca mai a 14, 13 o peggio 10 anni. Tutti miracolosamente vicinissimi al compimento dei 18.
Aggiungiamo qualche dettaglio realistico:
– età ossea spesso non fatta o contestata
– documenti del paese d’origine quasi mai richiesti con serietà
– una volta dentro il sistema, espulsione quasi impossibile anche dopo i 18 anni dichiarati
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: comunità per minori che diventano case-famiglia per adulti, con costi lievitati e integrazione reale pari a zero.
Monfalcone rappresenta il punto di rottura di questo meccanismo. Una città che ha assorbito ondate migratorie per necessità della Fincantieri (manodopera a basso costo), che ha visto cambiare volto in una generazione, che ha subito il peso di un multiculturalismo forzato senza regole chiare, ora si ritrova anche il simbolo più grottesco del sistema: il “minore” di 30 anni.
Finché non verrà messa una parola fine alla presunzione automatica di minorità, finché le età non verranno accertate con perizie serie e condivise a livello europeo, il business continuerà. E le comunità come Monfalcone pagheranno il conto più salato: in sicurezza, in coesione sociale e in risorse sottratte ai cittadini italiani.
Perché accogliere chi ha davvero bisogno è un dovere.
Pagare per mantenere un trentenne in una comunità per minori è una presa in giro.



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