Rom ucciso dal padrone di casa durante una rapina
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**Speriamo che il padrone di casa non finisca come al solito sotto i riflettori delle toghe rosse**
L’Italia si sveglia con l’ennesima notizia che grida ingiustizia a squarciagola. Un 37enne nomade, residente in un campo del Torinese, si introduce – insieme a un complice – in un appartamento a Lonate Pozzolo (Varese) per compiere una rapina. Il padrone di casa, difendendo la propria abitazione e la propria vita, reagisce con un coltello e colpisce al torace l’intruso. Risultato: il rapinatore muore dissanguato dopo essere stato abbandonato, senza documenti, davanti all’ospedale di Magenta. Il legittimo proprietario? Ferito a calci e pugni dai due ladri, ora è lui stesso in ospedale.
Eppure, invece di un plauso per chi ha avuto il coraggio di difendersi da due criminali armati che hanno violato la sua casa, l’aria che tira è già quella di sempre: la Procura di Busto Arsizio apre un fascicolo, i carabinieri di Varese analizzano i video, e si cerca di capire se quel coltello sia stato usato “in modo proporzionato”. Traduzione: si sta già preparando il terreno per trasformare la vittima in imputato.
Perché è così che funziona in questo Paese malato, governato da un garantismo a senso unico. Quando un italiano difende la propria casa da ladri, rapinatori o stupratori stranieri o nomadi, le toghe rosse – quelle che hanno graziato immigrati per stupri su bambine, assolto per “consenso non escluso”, ridotto a 5 anni chi mette incinta una bimba di 10 anni, o condannato a soli 21 anni chi massacra a morte un 94enne ex poliziotto – improvvisamente scoprono il rigore. “Eccesso di legittima difesa?”, “Arma impropria?”, “Proporzionalità?”. Parole che suonano come coltellate sulla schiena di chi, invece di aspettare i soccorsi (che arrivano quando arrivano), ha scelto di non farsi sgozzare nel proprio letto.
Intanto fuori dall’ospedale di Magenta si radunano decine di “amici e conoscenti” della vittima, che divellono la porta d’ingresso, creano caos e costringono l’intervento delle forze dell’ordine. Ma su questo, silenzio assordante. Nessun titolone sul “rispetto delle istituzioni sanitarie”, nessuna inchiesta lampo per identificare e denunciare i facinorosi. Tutto concentrato sul povero padrone di casa che ha osato difendersi.
Speriamo – contro ogni logica e contro ogni precedente – che questa volta la giustizia non si trasformi nell’ennesimo strumento di persecuzione contro chi ha solo esercitato il diritto più elementare: non farsi ammazzare in casa propria. Perché se anche stavolta il legittimo difensore finirà sotto processo, con accuse di omicidio o lesioni gravissime, mentre i complici del rapinatore morto restano nell’ombra, allora vorrà dire che in Italia difendere la propria abitazione è diventato un reato più grave della rapina stessa.
Basta con questo schifo. Il padrone di casa non è un assassino: è un cittadino che ha detto “basta” all’insicurezza quotidiana. Se le toghe rosse lo perseguiteranno come al solito, sarà l’ennesima prova che la vera vittima, in questo Paese, non è chi subisce i reati, ma chi osa reagire.


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