Siria, governo islamista alleato UE libera 50mila terroristi di ISIS
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I curdi, spesso descritti in certi ambienti come le “puttane degli Usa” nel Vicino Oriente, rappresentano da decenni uno strumento geopolitico sacrificabile: alleati tattici quando serve per colpire regimi ostili a Washington, ma abbandonati non appena gli obiettivi cambiano o i costi diventano troppo alti.
Dopo la caduta di Bashar al-Assad alla fine del 2024, le **Forze Democratiche Siriane (SDF)** – la coalizione a guida curda che controllava gran parte del nordest siriano – hanno perso in poche settimane ciò che avevano costruito in oltre un decennio di guerra contro l’ISIS e contro lo stesso regime baathista.
Nel gennaio 2026, le forze del nuovo governo di transizione siriano, guidato dal presidente **Ahmed al-Sharaa** (noto in passato come Abu Mohammed al-Jolani, ex terrorista islamico di Al-Qaida leader di **Hayat Tahrir al-Sham – HTS**), hanno lanciato un’offensiva rapida e decisa contro le SDF. Inizialmente concentrata su Aleppo est, l’operazione si è estesa a **Raqqa**, **Deir ez-Zor** e parti di **Hasakah**, con avanzate fulminee supportate da milizie tribali arabe locali.
Il risultato è stato devastante per i curdi: le SDF hanno perso il controllo di vaste aree, incluse regioni ricche di **risorse energetiche** (petrolio e gas, come i giacimenti di Al-Omar e Conoco) e idriche (dighe sull’Eufrate, tra cui Tabqa). Raqqa e Deir ez-Zor – ex capitali simboliche dell’ISIS e poi sotto amministrazione curda – sono passate sotto il pieno controllo di Damasco. Le SDF si sono ritirate verso est, concentrandosi sulla zona di **Hasakah**, **Qamishli** e l’area estrema nord-orientale al confine con l’Iraq. Resta loro anche la roccaforte di **Kobane** (Ain al-Arab), simbolo della resistenza anti-ISIS del 2014-2015, ma circondata da pressioni turche a nord e ora da un governo centrale siriano ostile a sud.
Il cessate il fuoco annunciato il 18 gennaio 2026 tra governo siriano e SDF prevede l’integrazione individuale dei combattenti curdi nell’esercito nazionale, la consegna immediata di Raqqa e Deir ez-Zor, il controllo statale su campi petroliferi, valichi di frontiera e – elemento cruciale – sui campi e prigioni che ospitano decine di migliaia di affiliati ISIS e loro familiari.
Le SDF gestivano da anni circa 9.000 prigionieri combattenti ISIS (più decine di migliaia di donne e bambini nei campi come Al-Hol) senza processi formali. Durante i combattimenti e il collasso delle linee difensive, si sono verificati fughe di massa: centinaia di jihadisti sono evasi da prigioni come Al-Shaddadah, con accuse reciproche tra le parti. Il governo di Damasco ha preso possesso di molti di questi siti, mentre le SDF – secondo alcune fonti siriane e turche – avrebbero ritirato le guardie da Al-Hol senza coordinamento, rischiando ulteriori rilasci o instabilità.
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Bashar al-Assad, prima della sua caduta, aveva più volte avvertito i curdi siriani: l’alleanza con gli Stati Uniti e l’autonomia de facto nel nordest non sarebbero durate per sempre, e Damasco avrebbe reclamato la sovranità sull’intero territorio. Oggi, con il nuovo potere a Damasco che ha ereditato un paese frammentato ma in via di riaccorpamento, quelle parole suonano profetiche.
Il paradosso è evidente: i curdi delle SDF, grazie al supporto aereo e logistico USA, furono determinanti nella sconfitta territoriale dell’ISIS in Siria (2017-2019), insieme a russi e iraniani che operavano su altri fronti. Ora, proprio quei curdi rischiano di vedere i loro vecchi nemici jihadisti – o almeno una parte di essi – tornare in circolazione sotto un’amministrazione che un tempo combattevano.
Resta da vedere se i 50.000 detenuti/familiari legati all’ISIS (stima approssimativa cumulativa tra prigioni e campi) verranno usati come carta geopolitica contro l’Iran (che con Russia contribuì a sconfiggere l’ISIS), se scateneranno nuova instabilità interna, o se Damasco riuscirà a gestirli contro le minoranze cristiane e yazide, del resto Al Jolani è uno di loro. Nel frattempo, i curdi siriani – ridotti a poche sacche di resistenza – pagano il prezzo di essere stati, ancora una volta, lo strumento usa-e-getta di potenze esterne in un gioco più grande di loro. Kobane resiste, ma il sogno di un Rojava autonomo appare oggi più lontano che mai. Succede alle puttane dell’America. Qualcuno impari la lezione.


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