Foibe: oggi è l’immigrazione ad uccidere gli italiani

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By V febbraio 10, 2026 11:27

Foibe: oggi è l’immigrazione ad uccidere gli italiani

La foiba moderna è l’immigrazione legale (e illegale) di massa: una foiba infinita, senza fondo, che non inghiottirà “solo” migliaia di italiani in poche notti di terrore, ma milioni di nostri figli mai nati, la nostra lingua, la nostra storia, la nostra stessa anima collettiva. Oggi non ci buttano più legati e imbavagliati dentro voragini carsiche: ci sommergono lentamente, quartiere dopo quartiere, città dopo città, con milioni di elementi culturalmente estranei, demograficamente aggressivi, spesso ostili. Il risultato finale è identico a quello delle foibe del ’43-’45: la cancellazione dell’italianità. Solo che questa volta è più subdola, più definitiva, più irreversibile. Perché dalle ceneri di uno sterminio fisico un popolo può risorgere – gli ebrei lo hanno dimostrato dopo Auschwitz, dopo sei milioni di morti – ma non si può risorgere dall’estinzione biologica e culturale. Se uccidono i tuoi corpi, i sopravvissuti ricostruiscono. Se ti sostituiscono, non resta più nessuno per ricostruire.

Oggi è il Giorno del Ricordo. Ricordiamo oltre diecimila (e secondo alcune stime fino a quindicimila, contando i dispersi e i morti nei campi titini) italiani – uomini, donne, bambini, preti, insegnanti, contadini – massacrati perché italiani, gettati nelle foibe, annegati, fucilati, torturati dai partigiani di Tito con la complicità silente o attiva di troppi italiani comunisti e di un Occidente che voltò lo sguardo. Ricordiamo l’esodo forzato di 300.000-350.000 giuliano-dalmati, costretti a lasciare case, terre, cimiteri, tutto, per non vivere sotto la dittatura jugoslava. Zara rasa al suolo dalle bombe alleate nel ’44, Pola svuotata nel ’46-’47: trentamila polesi in poche settimane presero il mare con una valigia e un biglietto di sola andata, perché restare significava diventare stranieri in casa propria. Fiume, Capodistria, Rovigno, Parenzo… città italiane da secoli, con cattedrali romaniche, piazze veneziane, dialetti veneti, diventate in pochi anni terre slave. Era pulizia etnica. Era sostituzione etnica. Era genocidio.

E non è “solo” storia. È profezia.

Gli italiani erano la stragrande maggioranza nelle città costiere istriane: Pola, Fiume, Zara erano italiane al 90% e più, per lingua, cultura, architettura, sangue. Oggi, dopo settant’anni di jugoslavizzazione forzata, non lo sono più. Lo stesso sta accadendo in Italia intera, ma con mezzi “democratici”, “umanitari”, “progressisti”.

Il genocidio etnico può avvenire in due modi: con le mitragliatrici e le foibe, oppure con la lenta, inesorabile sostituzione demografica. Noi stiamo vivendo il secondo. Da decenni ci hanno scavato sotto i piedi una foiba enorme, invisibile: il crollo delle nascite. Dal 1964 a oggi abbiamo perso circa 5-6 milioni di italiani mai nati. Un intero popolo cancellato prima ancora di venire al mondo. Nel 2024-2025 il tasso di fecondità è sceso a 1,13-1,18 figli per donna: il più basso della storia d’Italia, inferiore persino al minimo del 1995. Nel frattempo arrivano ogni anno centinaia di migliaia di immigrati (regolari + irregolari), e i loro figli nascono a tassi doppi o tripli. Proiezioni serie dicono che entro il 2050-2060 gli italiani di origine saranno minoranza nel Paese che porta il loro nome.

E il colpo di grazia? La precarizzazione del lavoro, le delocalizzazioni, il costo della vita alle stelle, la cultura del “figlio unico o nessuno” imposta da media e scuola: tutto collegato al modello economico che ha bisogno di manodopera a basso costo dall’estero per tenere bassi i salari. È un circolo vizioso studiato a tavolino.

Guarda i quartieri delle nostre città. Esattamente come nell’Istria del ’46: “La maggioranza degli abitanti scelse l’esodo e abbandonò le proprie case… per fuggire da una realtà percepita come ostile e pericolosa”. Oggi gli italiani “scelgono” di trasferirsi in periferia, in paese, in campagna, pur di non mandare i figli in scuole dove l’italiano è lingua minoritaria, pur di non avere sotto casa spaccio, degrado, violenze. Chi rimane assiste allo “sconvolgimento totale del tessuto sociale”. Zone intere di Milano, Roma, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli… stanno diventando quartieri etnici paralleli, con regole proprie, lingue proprie, religioni proprie. Le “no-go zone” non sono un’invenzione della destra: sono realtà documentate, dove la polizia entra con difficoltà, dove le ragazze italiane non camminano più sole la sera, dove la sharia de facto avanza.

I nipotini di Tito non hanno più bisogno di foibe e di mitra. Hanno scoperto un’arma molto più efficace: l’immigrazione di massa incontrollata, finanziata da ONG, favorita da leggi suicide, giustificata con il ricatto morale dell’“accoglienza”. Non hanno neanche più il coraggio delle armi: sommergono invece di annientare. È il genocidio con altri mezzi. È la sostituzione etnica dolce, lenta, irreversibile.

E oggi, come allora, non ci sono scuse per chi sta a guardare. Tra pochi decenni, nel territorio che una volta si chiamava Italia, vivranno africani, arabi, pakistani, cinesi, latinoamericani… tutte le popolazioni del mondo tranne gli italiani autoctoni. Noi saremo il ricordo sbiadito, i fantasmi di una civiltà estinta, gettati nella foiba della Storia.

L’esito non è inevitabile. Ma lo diventerà se continuiamo a chinare il capo. Preti, politici, intellettuali, media, giudici, imprenditori: tutti complici attivi o passivi di questo suicidio etnico. Hanno preparato il terreno per decenni: con l’ideologia dell’“Italia multietnica”, con il “siamo tutti migranti”, con la criminalizzazione di chi difende la propria identità come “razzista”.

Dobbiamo svegliarci. Dobbiamo dire basta. Ogni migrante accettato senza criteri ferrei è un mattone in più nella nostra tomba demografica. Ogni “ricongiungimento familiare” è un altro passo verso l’estinzione. Non è razzismo: è sopravvivenza elementare. Difendere i confini non è xenofobia, è patriottismo. Difendere le nostre donne e i nostri figli dalla violenza sessuale, dalle rapine, dalle gang etniche che dilagano non è odio, è dovere.

Abbiamo già perso l’Istria, Fiume, la Dalmazia. Abbiamo già visto intere generazioni di italiani costrette all’esilio. Non possiamo permettere che l’intera Italia diventi la nuova Istria.

La scelta è semplice, brutale, esistenziale: o ci arrendiamo e aspettiamo la fine, o reagiamo. Con ogni mezzo lecito e necessario. L’immigrazione di massa non è un’emergenza umanitaria: è una guerra demografica dichiarata contro di noi. È il tentativo finale di cancellare il popolo italiano dalla faccia della Terra.

Una gigantesca, silenziosa, buia foiba moderna ci attende. Attende i nostri figli. Attende la nostra cultura, la nostra fede, la nostra memoria. Per cancellarci per sempre.

Svegliamoci. Prima che sia troppo tardi. Prima che l’ultima voce italiana si spenga in un quartiere dove nessuno ricorda più cosa significava essere italiani.

Foibe: oggi è l’immigrazione ad uccidere gli italiani ultima modifica: 2026-02-10T11:27:30+00:00 da V
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