Antirazzista massacrata da tre immigrati a Roma: “Credevo nell’inclusione”
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Antifascista da trent’anni picchiata a sangue da immigrati al Prenestino: la “sveglia” che nessuno voleva sentire
Roma, 11 febbraio 2026 – «Sono antifascista da quando avevo 15 anni ma…».
La frase, pronunciata con la voce rotta e il volto tumefatto, è diventata virale. La protagonista è una donna di 47 anni, madre di due bambine, aggredita in pieno giorno mentre portava a spasso il cane. Non in una periferia dimenticata, non di notte. Alle 4 del pomeriggio, in via Bartolomeo Malfatti, al Prenestino-Labicano, a pochi metri dall’ex Borghetto degli Artigiani.
I suoi aggressori? Due uomini e una donna. Secondo la vittima e i testimoni: una giovane coperta dal cappuccio, un uomo dell’Est Europa visibilmente ubriaco e un rider asiatico. Le hanno urlato insulti («Cosa guardi, troia? Ti ammazzo»), l’hanno circondata, tenuta ferma e massacrata di pugni. Lei ha provato a difendersi, ha gridato per quaranta minuti. Nessuno è intervenuto. Fratture del setto nasale e dello zigomo. Prognosi di 30 giorni. Un incubo.
“Sono antifascista fino da quando avevo 15 anni ma…”
Roma, al Prenestino, mentre portava a spasso il cane alle 4 del pomeriggio, questa donna è stata picchiata da due uomini e una donna nei pressi dell’ex Borghetto degli Artigiani occupato da spacciatori stranieri.
La vittima… pic.twitter.com/i1vrRU15CB
— Francesca Totolo (@fratotolo2) February 11, 2026
Il luogo non è casuale. L’ex Borghetto degli Artigiani è da anni un fortino della droga gestito prevalentemente da stranieri, soprattutto bengalesi e altre nazionalità extra-comunitarie. Un’area che doveva essere restituita ai cittadini dopo lo sgombero è stata riconquistata da pusher, sentinelle e sbandati. I residenti hanno presentato esposti con centinaia di firme. Hanno denunciato spaccio di crack ed eroina, bivacchi, incendi, discariche a cielo aperto. Tutto inutile.
Questa donna, che per una vita ha marciato contro il “fascismo” e ha probabilmente considerato “razzisti” coloro che denunciavano l’invasione, si è ritrovata faccia a faccia con la realtà che tanti avevano cercato di descriverle. La realtà di quartieri diventati zone franche dove la legge italiana non esiste più, dove bande di stranieri decidono chi può passare e chi deve subire.
L’episodio arriva a pochi giorni dall’aggressione di San Lorenzo e si inserisce in un copione ormai tristemente familiare: donne sole aggredite in pieno giorno da stranieri o da italiani sbandati protetti dal degrado immigratorio. La sinistra continuerà a parlare di “episodi isolati” e “marginalità”. I romani, invece, sanno bene di cosa si tratta: conseguenza diretta di politiche migratorie suicide e di anni di tolleranza verso occupazioni abusive e traffici di droga.
La domanda che aleggia ora è brutale: quante “antifasciste” dovranno essere massacrate prima che anche la sinistra più radicale ammetta che il multiculturalismo imposto con la forza sta distruggendo la sicurezza delle nostre città?
La vittima ha detto «ma…». Quel “ma” vale più di mille comizi. È l’inizio della fine di un’illusione. Speriamo che serva da lezione a tutti, prima che tocchi alle nostre figlie.
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ROMA, LA CAPITALE DELL’ORRORE MULTICULTURALE: ANCHE L’ANTIFASCISTA “FIN DA QUANDO AVEVA 15 ANNI” FINISCE CON IL VOLTO SFONDATO DAGLI IMMIGRATI
Alle 16 di un normale pomeriggio romano, in una via del quartiere Torpignattara-Prenestino, una donna italiana di 47 anni, madre di due bambine, porta a spasso il cane.
Maria – si chiama così – è una di quelle che “crede nella multiculturalità”, che “crede nell’includere”, che si definisce “antifascista fin da quando aveva 15 anni”.
Lo ripete lei stessa nel video che sta girando l’Italia, con il volto ancora gonfio e gli occhi lucidi dal dolore.
E chi la riduce così?
Una donna incappucciata nera, un uomo dell’Est Europa completamente ubriaco e un rider asiatico.
Tre immigrati.
Non “ragazzi”, non “risorse”, non “nuovi italiani”.
Tre stranieri che, in via Bartolomeo Malfatti – a due passi dall’ex Borghetto degli Artigiani, l’ennesima ex occupazione abusiva trasformata in supermarket della droga – decidono che una donna italiana che cammina con il cane va punita.
Un pugno in pieno volto, frattura del setto nasale e dello zigomo, 30 giorni di prognosi.
Quaranta minuti di terrore.
Nessuno interviene subito.
Perché in quella strada, come in mezza Torpignattara, la legge è quella della giungla immigrata.
L’ex Borghetto è stato sgomberato, bonificato, si stanno facendo i lavori per un parco pubblico.
Ma i pusher non sono spariti: si sono semplicemente spostati di qualche decina di metri.
Si travestono da rider, dormono nei camper, spacciano alla luce del giorno, pisciano sui muri, minacciano chi passa.
E quando qualcuno osa guardare, scatta la lezione.
Una lezione che stavolta è toccata proprio a chi, per trent’anni, ha difeso l’indifendibile.
Maria lo dice con la voce rotta:
«Credo nella multiculturalità… credo nell’aggregazione… credo nell’includere…
ma la situazione non è questa.
Bisogna trovare una soluzione di sicurezza».
Traduzione: anche chi ha votato sinistra tutta la vita, anche chi ha applaudito gli sbarchi, anche chi ha chiamato “fascista” chiunque chiedesse un minimo di controllo, ora ha paura di uscire di casa.
Anche lei ha scoperto che il multiculturalismo non è un aperitivo arcobaleno: è un pugno in faccia da un ubriaco dell’Est mentre un rider asiatico ti blocca il braccio.
Questa non è una notizia isolata.
È l’ennesima conferma che Roma è stata trasformata in una favela a cielo aperto dall’immigrazione senza regole.
Quartieri interi consegnati allo spaccio, alla violenza, alla paura.
E la colpa non è del “degrado”, non è della “povertà”.
La colpa è di chi ha aperto le porte, di chi ha svuotato le questure, di chi ha fatto finta che accogliere tutti significasse arricchire tutti.
Maria oggi ha il volto distrutto.
Domani potrebbe toccare a tua madre, a tua sorella, a tua figlia.
Perché finché continueremo a chiamare “antifascismo” il lasciare che bande di stranieri taglieggino, picchino e spaccino nelle nostre strade, non ci sarà più nessuna Roma da salvare.
Basta.
Sgomberi veri, espulsioni immediate, chiusura delle frontiere.
Oppure prepariamoci a sentire altre antifasciste dire, tra le lacrime e il sangue:
«Credevo nell’inclusione… ma la situazione non è questa».
Troppo tardi, signora.
Troppo tardi per tutti noi.


se c’ero io glje menavo pure io a sta cretina!, aiutavo i negri!