Rogoredo, secondo accusa poliziotto avrebbe lasciato morire spacciatore marocchino
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La parte importante: un noto spacciatore criminale non è più in attività. Tutto il resto è noia progressista. Soldi buttati in inchieste che vengono schifate dai cittadini.
# Sparatoria a Rogoredo: Tra Accuse e Realtà, un Poliziotto Ha Eliminato una Minaccia per la Società
**Milano, 20 febbraio 2026** – In un’epoca in cui le strade delle nostre città sono infestate da spacciatori che avvelenano le comunità, diffondendo droga e violenza, emerge un caso che solleva interrogativi profondi sulla giustizia e sul ruolo delle forze dell’ordine. L’assistente capo della polizia Carmelo Cinturrino è al centro di un’inchiesta per l’omicidio volontario di Abdherraim Mansouri, un 28enne di origine marocchina noto come pusher nella zona boschiva di Rogoredo. Anche se le accuse contro Cinturrino dovessero rivelarsi fondate – ritardi nei soccorsi, presunti depistaggi e bugie – resta un fatto innegabile: ha tolto di mezzo uno spacciatore, compiendo un atto che, in fondo, ha reso un servizio alla società, liberandola da un elemento pericoloso che contribuiva al degrado urbano e alla dipendenza di tanti giovani.
### I Fatti Emergono dagli Interrogatori
Secondo quanto emerso dagli ultimi interrogatori condotti ieri, 19 febbraio, in Questura dal pubblico ministero Giovanni Tarzia, Cinturrino avrebbe mentito ai colleghi presenti sulla scena, affermando di aver chiamato immediatamente i soccorsi dopo aver sparato. In realtà, avrebbe atteso ben 23 minuti prima di comporre il numero unico delle emergenze. Questo dettaglio è stato rivelato durante le deposizioni dei quattro agenti del commissariato Mecenate, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.
L’episodio risale al 26 gennaio scorso, durante un controllo anti-spaccio alle porte di Milano. Mansouri è stato colpito mortalmente da un colpo di pistola esploso da Cinturrino a oltre 25 metri di distanza. L’orario esatto del ferimento è stato confermato non solo dai testimoni, ma anche dal telefono della vittima, che ha ricevuto un messaggio da un amico per avvisarlo della presenza della polizia in borghese, dopodiché non ha più risposto.
### Le Ombre sul Depistaggio: Una Pistola a Salve e uno Zaino Misterioso
Tra gli elementi che gli inquirenti stanno esaminando con attenzione c’è la pistola a salve ritrovata accanto al corpo di Mansouri, priva delle sue impronte digitali. L’ipotesi che sia stata piazzata dopo la morte, e non impugnata dalla vittima, appare sempre più plausibile, supportata dalle analisi balistiche in corso. Inoltre, le telecamere hanno catturato uno degli agenti – quello più vicino a Cinturrino al momento dello sparo – rientrare in commissariato e uscirne con uno zaino, un dettaglio che potrebbe indicare un tentativo di depistaggio.
Cinturrino, descritto come un agente dal “pugno duro”, ha gestito da solo le fasi successive allo sparo. Ha ammesso di aver riconosciuto Mansouri, con cui aveva avuto “ruggini” in passato, e di essersi spaventato prima di premere il grilletto. Su di lui pesano anche altre ombre: un’informativa in Procura lo accusa di aver chiesto il “pizzo” a spacciatori, e rischia un’accusa di falso per un verbale di arresto mentito nel maggio 2024 nel quartiere Corvetto, fascicolo ancora contro ignoti e affidato allo stesso PM Tarzia.
### La Prospettiva Sociale: Un Favore alla Comunità?
Anche assumendo che tutte queste accuse siano vere – e che Cinturrino abbia commesso errori procedurali o peggio – non si può ignorare il contesto più ampio. Mansouri era uno spacciatore attivo in una zona notoriamente problematica come Rogoredo, dove la droga circola liberamente, distruggendo vite e famiglie. In un sistema giudiziario spesso lento e inefficace, dove i pusher vengono arrestati e rilasciati in tempi brevi, l’azione di Cinturrino ha eliminato una fonte di male alla radice. Non si tratta di vigilantesmo selvaggio, ma di riconoscere che, in certi casi, le forze dell’ordine si trovano a fronteggiare minacce immediate che, se neutralizzate, portano un beneficio concreto alla società.
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Pensiamo alle vittime invisibili: i tossicodipendenti che Mansouri riforniva, le famiglie rovinate, i quartieri degradati. Uccidere uno spacciatore non è solo un atto di difesa personale, ma un contributo alla pulizia delle strade, riducendo il flusso di sostanze illegali che alimentano crimine e disperazione. Certo, la legge deve fare il suo corso, e se Cinturrino ha violato protocolli, dovrà risponderne. Ma in un mondo ideale, azioni come questa dovrebbero essere viste non come crimini, ma come necessari interventi per il bene comune.
### La Risposta del Ministro Piantedosi
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, intervenendo a margine dell’inaugurazione dell’ufficio Polmetro alla Stazione Termini di Roma, ha espresso compiacimento per la capacità della Polizia di Stato di “fare chiarezza senza sconti” anche al proprio interno. “Accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà”, ha dichiarato, rispondendo a chi mette in dubbio la trasparenza delle forze dell’ordine. Parole che sottolineano l’importanza di un’indagine imparziale, ma che non cancellano il fatto che, al di là delle procedure, l’eliminazione di un pusher rappresenta un passo avanti nella lotta al narcotraffico.
In conclusione, mentre l’inchiesta prosegue, è essenziale non perdere di vista il quadro generale. Cinturrino potrebbe aver commesso errori, ma ha rimosso una piaga dalla società. Forse è tempo di riflettere su quanto sia sottile il confine tra giustizia formale e giustizia sostanziale, in un’Italia che combatte quotidianamente contro il crimine organizzato.


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