Ha ucciso un cane e voleva sgozzare tutti: frequenta la moschea
Related Articles
**Aggiornamento choc sul caso Olbia: il tunisino Marwan Hamrouni frequentava la moschea – un altro segnale che nessuno vuole vedere**
Olbia, 23 febbraio 2026 – Passano i giorni, ma il terrore seminato da Marwan Hamrouni, il 26enne tunisino richiedente asilo che ha trasformato un pomeriggio qualunque in un incubo di forbici e sangue, non si attenua. Anzi: emergono dettagli che rendono la vicenda ancora più inquietante e che gridano l’urgenza di una riflessione seria, lontana da ipocrisie e buonismi.
Hamrouni non era un fantasma arrivato dal nulla. Era integrato in una rete comunitaria, frequentava regolarmente la moschea di Olbia (o uno dei luoghi di preghiera informali frequentati dalla comunità nordafricana della zona). Lo confermano fonti vicine alle indagini e testimonianze raccolte tra i residenti: era visto pregare, socializzare con altri connazionali, muoversi in bicicletta per la città come se fosse casa sua. Eppure, quel ragazzo che entrava in moschea per la preghiera del pomeriggio, poche ore dopo impugnava un paio di forbici da 10 cm e partiva per una mattanza casuale.
Prima un centro massaggi cinese in via dei Lidi: ferita al collo una donna di 39 anni, fortunatamente superficiale.
Poi il bar Bua in via Roma: Calaceo, cucciolo di soli 7 mesi, massacrato con quattro colpi all’addome sotto il tavolino, morto dissanguato in clinica dopo ore di agonia.
Infine il Superpan di via Genova: la guardia giurata 45enne (sassarese, in servizio) aggredita alle spalle con un taglio profondo al collo. L’uomo ha tossito sangue, codice rosso, prognosi riservata per giorni, ora in miglioramento ma con traumi che segneranno per sempre.
Movente? Ancora ufficialmente “non accertato”. Ma come si fa a non collegare i puntini? Un giovane tunisino, richiedente asilo, che prega in moschea e poi esce per sfogare una violenza cieca contro innocenti – una donna al lavoro, un cucciolo tranquillo, un vigilante che faceva il suo dovere. Non è “disagio psichico” generico. È il frutto di un mix esplosivo: immigrazione incontrollata, mancanza di integrazione reale, radicalizzazione latente o semplice odio accumulato in un contesto che non lo ha mai davvero fermato.
Hamrouni è ora in carcere a Nuchis, accusa di tentato omicidio plurimo e uccisione di animale. L’avvocato Damaso Ragnedda farà probabilmente la carta del “povero migrante fragile”. Ma la realtà è un’altra: era libero di girare, libero di pregare dove voleva, libero di armarsi di forbici e seminare terrore. E la moschea? Luogo di pace per tanti, certo. Ma anche, troppo spesso, punto di aggregazione per chi arriva con bagagli pesanti e non viene monitorato.
Quanti altri Marwan Hamrouni frequentano moschee nelle nostre città, incassando permessi umanitari mentre covano rabbia? Quanti cuccioli come Calaceo devono morire, quante guardie giurate devono rischiare la gola, prima di ammettere che l’accoglienza senza filtri è una bomba a orologeria?
La foto di Calaceo steso nel suo sangue sotto il tavolino resta impressa: un cucciolo di 7 mesi ucciso da chi, poche ore prima, forse recitava preghiere.
Basta alibi.
Basta moschee che diventano rifugio per potenziali pericoli senza controlli.
Basta richiedenti asilo che diventano carnefici.
O si chiude il rubinetto dell’immigrazione selvaggia, o queste stragi “senza motivo” diventeranno la nostra quotidianità. E nessuno, né a Roma né a Olbia, potrà più dire “non lo sapevamo”. Lo sapevamo. E non abbiamo fatto niente.


Let me tell You a sad story ! There are no comments yet, but You can be first one to comment this article.
Write a comment