Mai così tanti migranti trasferiti in Albania, blitz del PD per riportarli in Italia
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**Toghe rosse all’erta: il PD in missione ad Albania per blindare i “non rimpatriabili” e fermare i rimpatri dei criminali stranieri**
ROMA, 24 febbraio 2026 – Mentre il governo accelera i trasferimenti verso il centro di Gjader in Albania, portando a 90 i migranti trattenuti – il numero più alto dalla sua apertura nell’ottobre 2024 – il Partito Democratico scende in campo con la solita strategia: trasformare ogni operazione di rimpatrio in un caso giudiziario da bloccare. La deputata Rachele Scarpa (Pd) e la delegazione del Tavolo asilo e immigrazione hanno infatti effettuato un nuovo accesso al centro, denunciando un “scenario grave e paradossale” perché i trasferimenti continuano nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di giustizia Ue, uno dei quali proprio sulla legittimità del protocollo Italia-Albania.
Il messaggio è chiarissimo: il PD non accetta che l’Italia eserciti la propria sovranità in materia di espulsioni. Per la sinistra, 35 persone trasferite in due settimane sono già troppe. Per il governo Meloni, invece, si tratta di un’azione doverosa e legittima: far funzionare un accordo bilaterale approvato dal Parlamento e ratificato dal Capo dello Stato, destinato proprio a smaltire i casi più difficili, quelli dei migranti irregolari e dei condannati per reati che altrimenti resterebbero a carico della collettività italiana.
Il Tavolo asilo parla di “accelerazione evidente” e di volontà di “normalizzare” il centro. Tradotto dal politichese: il PD teme che Gjader funzioni davvero. Teme che i rimpatri diventino ordinaria amministrazione, che i criminali stranieri – stupratori, spacciatori, autori di violenze – vengano effettivamente allontanati e non tornino più. Per questo la missione di Scarpa non è una semplice “verifica parlamentare”: è l’ennesimo tentativo di costruire un dossier da consegnare alle procure e alle toghe amiche, nella speranza che qualche giudice italiano o europeo decida ancora una volta di sospendere tutto.
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È la stessa tecnica usata per mesi: ogni volta che il governo prova a rimpatriare chi non ha diritto di stare in Italia, scatta la macchina delle “toghe rosse”. Sentenze cautelari, ordinanze di scarcerazione, rinvii alla Consulta o alla Corte Ue, ricorsi al Tar, appelli alla Cedu. Il risultato è sempre lo stesso: il delinquente straniero torna in libertà sul territorio italiano, spesso con un permesso umanitario improvvisato o con un “non respingibile” firmato da un magistrato che decide di sostituirsi al legislatore.
Oggi il PD e i suoi alleati del Tavolo asilo sperano che la storia si ripeta. Sperano che le toghe rosse – quelle stesse che hanno già impallinato decine di espulsioni – intervengano di nuovo, magari aggrappandosi ai rinvii pregiudiziali Ue per bloccare i voli verso Tirana e riportare in Italia i 90 trattenuti di Gjader.
Questa volta, però, il Paese si augura il contrario. Si augura che le toghe – rosse o di qualunque altro colore – rispettino finalmente il principio di legalità e lascino che lo Stato faccia il suo dovere: espellere chi ha commesso reati, chi è irregolare, chi rappresenta un pericolo per la sicurezza pubblica. Perché ogni criminale straniero che resta in Italia per colpa di una sentenza “creativa” è una vittima in più sulla coscienza di chi ha invocato quel provvedimento.
Il governo ha il dovere di andare avanti. Il PD ha il diritto di criticare, ma non di trasformare ogni rimpatrio in una guerra giudiziaria. E le toghe hanno il dovere di applicare la legge, non di riscriverla per compiacere l’ideologia buonista. Questa volta, almeno questa volta, si spera che la giustizia resti giustizia e non diventi l’ennesimo scudo per i criminali stranieri.


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