Imam fanno campagna contro il referendum: Allah vota NO
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**Il No sbarca in moschea: imam e predicatori islamici fanno campagna contro il referendum e attaccano il governo Meloni – l’ingerenza straniera nel voto italiano è sotto gli occhi di tutti**
È una notizia che fa ribollire il sangue. Mentre gli italiani si preparano a decidere il futuro della giustizia con il referendum del 22-23 marzo, il fronte del No ha trovato un nuovo alleato: le moschee. A Piacenza, sabato scorso, dentro una moschea è stato organizzato un vero e proprio convegno sul referendum, con relatori di entrambe le parti. Ma il vero colpo di scena arriva da Torino, dove il predicatore islamico Brahim Baya (ex imam, agitatore di folle e amico di Mohammad Hannoun, oggi in carcere di massima sicurezza a Terni come presunto capo della cupola di Hamas in Italia) ha lanciato un appello esplicito in lingua araba e sui social: «Il 22 e 23 marzo voteremo un No secco per mandare a casa questo governo razzista, autoritario, guerrafondaio, complice del genocidio. Free Palestine».
Non è un’opinione su carriere separate o sorteggio del CSM. È un voto di guerra contro l’Italia di Giorgia Meloni. Baya non nasconde nulla: attacca la Lega definendola «sempre dalla parte sbagliata della storia», accusa il governo di trasformare il Ramadan in «emergenza di ordine pubblico», di considerare moschee, scuole e oratori «sospetti», e di mettere «il popolo uno contro l’altro» mentre «chi sta in alto continua a rubare». Poi il colpo di grazia: elogia Yahya Sinwar, la mente del massacro del 7 ottobre 2023, come un eroe «morale e politico» la cui eredità è «la certezza che un popolo ha diritto di vivere libero».
Questo è lo stesso Baya che era presente alle manifestazioni violente di Askatasuna, lo stesso che frequenta Mohammad Hannoun (accusato di essere il referente italiano di Hamas), lo stesso che da anni predica in Italia e che ora si sente in diritto di dire agli italiani – e soprattutto alla comunità nordafricana con cittadinanza italiana – come devono votare.
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È ingerenza straniera. È apologia di terrorismo. È un tentativo di usare il voto italiano come arma contro lo Stato che li ospita. E non è un caso isolato: il confine tra mondo islamico radicale e politica italiana si è fatto labile da tempo. Predicatori, ex imam, centri culturali legati alla Fratellanza Musulmana, moschee che diventano palestre di propaganda: tutto converge sul No al referendum perché la riforma della giustizia rappresenta un pericolo per chi vuole una magistratura debole, politicamente schierata e incapace di contrastare l’invasione e il radicalismo.
Mentre le toghe rosse (da Silvia Albano a Iolanda Apostolico) fanno campagna contro il Sì dentro i circoli PD, gli imam e i predicatori islamici scendono in campo dentro le moschee. Due facce della stessa medaglia: chi odia i confini, chi odia la sovranità, chi odia l’idea che l’Italia possa decidere da sola chi far entrare e chi espellere, chi far processare e chi proteggere.
Baya e i suoi amici sanno benissimo cosa rischia il fronte del No con il referendum: una giustizia finalmente separata (pm e giudici non più alleati), un CSM sorteggiato (basta correnti rosse che nominano i loro), un’Alta Corte disciplinare che punisca i giudici militanti. Per questo spingono il No: perché temono una magistratura che applichi davvero la legge, espella i pericolosi, contrasti l’Islam politico e non sia più lo scudo delle Ong, degli occupanti abusivi e dei predicatori che elogiano Sinwar.
Il messaggio di Baya è chiarissimo: il referendum non è una questione tecnica sulla giustizia, è un voto contro il «governo razzista» e «complice del genocidio». Traduzione: chi vota Sì è nemico dell’Islam, amico di Israele, razzista. È lo stesso linguaggio delle piazze pro-Pal che urlano «From the river to the sea», lo stesso che giustifica il terrorismo, lo stesso che vuole trasformare l’Italia in un califfato a rate.
Basta. Gli italiani non si fanno dettare la linea di voto da chi elogia i carnefici del 7 ottobre, da chi frequenta i capi di Hamas in Italia, da chi usa le moschee come comitati elettorali contro il governo eletto dal popolo.
Il 22 e 23 marzo la risposta deve essere una sola: **Sì schiacciante**.
Per una giustizia che non sia più ostaggio di toghe rosse, imam radicali e Ong tedesche.
Per un’Italia che decide da sola, senza prediche in arabo e senza imam che spiegano agli italiani come votare.
La pacchia è finita.
Votiamo Sì e mandiamo a casa non solo le toghe militanti, ma anche chi pensa di poter usare il voto italiano come arma contro l’Italia stessa.
Tutti al seggio. Tutti Sì. Ora.


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