La follia iconoclasta antirazzista colpisce pasticceria di Cagliari: addio a “Chez les Nègres”
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**La follia iconoclasta antirazzista colpisce ancora: addio a “Chez les Nègres”**
Dopo 62 anni di storia, una delle pasticcerie più amate di Cagliari cambia nome. Non per fallimento, non per crisi, non per scelta del titolare. Cambia perché bombardata dai missili dell’antirazzismo turistico francese. Il nome incriminato? **“Chez les Nègres”** – “Dai Neri”, un’insegna nata nel 1964 quando quella parola, in francese come in italiano, era semplicemente descrittiva, non un insulto.
Il titolare, Salvatore Armetta, ha spiegato con dignità che i nonni erano emigrati dalla Tunisia. Famiglia di pieds-noirs, gente cacciata dall’Africa del Nord, che ha aperto bottega in Sardegna portando con sé sapori, ricordi e un nome che raccontava la loro storia. Niente di più innocuo. Niente di più italiano: un esercizio commerciale che sopravvive da tre generazioni grazie al lavoro onesto, non alle ideologie.
E invece arriva il plotone d’esecuzione woke: turisti francesi (quelli che a casa propria hanno ribattezzato tutto ciò che puzza di colonialismo tranne le loro banlieue) che si sentono offesi da quattro lettere. Risultato? Il proprietario, stanco delle lamentele, annuncia il cambio. Vittoria della cancel culture. Sconfitta del buon senso.
È la stessa idiozia che ha abbattuto statue, censurato libri, ribattezzato strade e cioccolatini. È l’iconoclastia del XXI secolo: non più contro le immagini sacre, ma contro tutto ciò che non si piega al nuovo catechismo antirazzista. Poco importa se la parola “negro” è stata usata per secoli in letteratura, in geografia, in cucina (pensate al “caffè alla negra” o al “pane negro”). Poco importa se il titolare non si è mai sentito offeso dal suo stesso cognome familiare. Conta solo il diktat: o vi autocensurate, o vi massacriamo di recensioni a una stella.
Cagliari perde un pezzo della sua memoria commerciale. L’Italia perde un altro brandello di libertà. E la Francia woke, quella che non riesce a integrare i suoi quartieri, esporta la lezione di ipocrisia: cambiate nome, cambiate storia, cambiatevi pure la faccia, purché non ci ricordiate che il mondo era vario, complesso e non riducibile a slogan da Twitter.
Salvatore Armetta ha ceduto. Peccato. Sarebbe stato più bello vederlo resistere con un bel cartello: “Aperti da 62 anni. E restiamo così”. Ma la dittatura del politicamente corretto non ammette resistenza. Per ora.
Prima che cambino anche il nome al caffè “alla marocchina” o alla torta “caprese”, diciamolo chiaro: questa non è lotta al razzismo. È follia iconoclasta travestita da virtù. E sta uccidendo l’Italia a colpi di cancellino.


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