Se l’Iran cancellasse Dubai farebbe un favore all’umanità?

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By V marzo 4, 2026 22:09

Se l’Iran cancellasse Dubai farebbe un favore all’umanità?

**Se l’Iran cancellasse Dubai farebbe un favore all’umanità**

Dubai non è una città. È un esperimento fallito di capitalismo liberista spinto all’estremo, un miraggio di vetro e oro che sorge dal deserto come una provocazione al buon senso. E se domani l’Iran decidesse di cancellarla dalla carta geografica – con un colpo di teatro geopolitico che nessuno avrebbe il coraggio di definire “guerra” ma solo “pulizia etnica del kitsch” – l’umanità tirerebbe un sospiro di sollievo collettivo. Perché Dubai non rappresenta il futuro. Rappresenta il suo peggior incubo: luccicante, vuoto, costruito sulla sabbia e sul sangue.

Pensateci. Questo posto non ha passato. Non ha memoria. Non ha anima. È stato inventato negli anni ’70 da sceicchi visionari e architetti sotto anfetamine che hanno deciso di trasformare un villaggio di pescatori in un parco giochi per miliardari. Niente strati archeologici, niente quartieri storici da salvare, niente identità culturale che non sia stata comprata al duty-free. Solo sabbia livellata e gettata in mare per far spuntare isole a forma di palma che sembrano disegnate da un bambino ricco con troppi Lego e zero gusto.

Il risultato? Un non-luogo perfetto per chi odia i luoghi veri. Un luna park permanente di 3 milioni di abitanti (per lo più immigrati usa-e-getta) dove il lusso è così pacchiano da far sembrare i Casamonica degli asceti minimalisti. Il Burj Khalifa non è un grattacielo: è un’erezione di acciaio e vanità che urla al cielo “guardami, sono ricco, cazzo”. Le fontane danzanti del Dubai Fountain? Un balletto acquatico sincronizzato sul ritmo dei Bitcoin sporchi. Il Dubai Mall? Il tempio dello shopping dove puoi comprare un orologio da 2 milioni di euro mentre fuori, a 50 gradi all’ombra, gli operai indiani e pakistani che l’hanno costruito continuano a morire di caldo e sfruttamento.

Perché sì, parliamo chiaro: Dubai è stata tirata su col sangue degli schiavi moderni. Il sistema kafala – quella bellissima invenzione medievale travestita da contratto di lavoro – lega i lavoratori migranti al datore di lavoro come fossero proprietà. Passaporti confiscati, salari non pagati, alloggi da lager, morti sul cantiere archiviate come “incidenti”. Amnesty International e Human Rights Watch lo denunciano da anni, ma chi se ne frega quando c’è da tagliare il nastro di un nuovo hotel a sette stelle? Il sangue si lava facilmente con lo champagne.

E chi ci va, a Dubai? Il meglio del peggio, ovvio. Evasori fiscali che scappano dal fisco europeo, oligarchi russi con yacht più grandi del loro senso di colpa, delinquenti in doppiopetto con la valigetta piena di contanti neri, escort di lusso 4.0 pronte a fingere orgasmi davanti al Burj Al Arab, influencer con labbra gonfie come salvagenti e zigomi rifatti da chirurghi sadici che sembrano usciti da un filtro Instagram andato a male. È il paradiso dei parassiti: gente che ha capito che la vera libertà non è più lavorare, ma vivere di rendita in un deserto senza regole, circondata da servitù invisibile e fontane che ballano al ritmo dei tuoi soldi sporchi.

Qui il consumismo ha raggiunto il suo apice zombie: gente che si priva del pane (o meglio, fa privare altri del pane) pur di postare un selfie davanti a un grattacielo che sembra progettato apposta per far sentire inferiori i comuni mortali. Il sogno americano? Roba da poveri. Il sogno di Dubai è più onesto: “Voglio poter essere un parassita senza che nessuno mi rompa i coglioni con tasse, etica o buon gusto”.

E il bello è che funziona. O meglio, brillava. Perché sotto tutta quella luce al neon si nasconde un vuoto siderale. Un futuro fatto di aria condizionata, sorveglianza totale, e una bolla immobiliare che prima o poi scoppierà come tutte le bolle costruite sulla sabbia. È il trionfo del “sembra, quindi è”: sembra lusso, sembra progresso, sembra libertà. In realtà è solo un enorme set cinematografico dove gli attori sono tutti comparse pagate una miseria.

Quindi sì. Se un giorno l’Iran – o chiunque altro con un minimo di senso estetico e morale – decidesse di premere il tasto “reset” su questo abominio di vetro e vanità, l’umanità non perderebbe una città. Perderebbe solo l’ennesimo monumento alla stupidità umana travestito da successo.

Benvenuti nel futuro, amici.
Fa schifo.
Ma brilla.

Se l’Iran cancellasse Dubai farebbe un favore all’umanità? ultima modifica: 2026-03-04T22:09:26+00:00 da V
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