Guerriglia islamica a Pordenone, pakistani e afghani picchiano anche poliziotto
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PORDENONE – Basta. Non si può più girare la testa dall’altra parte. Sabato 20 luglio, nel pieno centro di Pordenone, in piazza Risorgimento, due gruppi di pakistani si sono affrontati in una maxi rissa che ha trasformato una delle piazze più belle del Friuli in un ring di violenza selvaggia. Uno dei due schieramenti era arrivato apposta da Udine: una vera e propria spedizione punitiva, organizzata e premeditata, per regolare conti che nulla hanno a che fare con l’Italia e con le nostre leggi.
Le pattuglie della Polizia Locale, già impegnate nei controlli strategici voluti dalla Prefettura, sono intervenute per fermare quel caos. Nel tentativo di proteggere i cittadini e riportare l’ordine, un agente è rimasto ferito e ha dovuto correre al Pronto Soccorso. Dieci pakistani sono stati portati in Questura per la fotosegnalazione. Alcuni, secondo le prime indiscrezioni, potrebbero aver ricevuto fogli di via: ma quanti di loro, domani, saranno ancora qui a girare indisturbati?
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Non è un episodio isolato. È un copione che si ripete. Solo pochi mesi prima, in primavera, in viale Dante – a due passi da qui – un’altra maxi rissa aveva coinvolto pakistani e afghani. Stessi protagonisti, stessa violenza, stessa indifferenza delle istituzioni. E noi italiani continuiamo a pagare il conto: agenti a rischio, forze dell’ordine impegnate a sedare conflitti tribali, risorse pubbliche bruciate per identificare e processare chi non dovrebbe nemmeno essere sul nostro territorio.
Pordenone, come tante altre città del Nordest, non è più la stessa. Le nostre piazze, i nostri viali, i luoghi dove generazioni di friulani hanno vissuto in pace, sono diventati terreno di scontro per clan stranieri che portano con sé codici tribali, risentimenti antichi e zero rispetto per le regole del Paese che li ospita. Mentre gli italiani lavorano, pagano le tasse e rispettano la legge, questi gruppi si muovono liberamente da una provincia all’altra per regolare i loro affari sporchi.
È inaccettabile. È pericoloso. È il risultato diretto di anni di immigrazione incontrollata, di politiche buoniste che hanno aperto le porte senza alcun filtro e senza alcuna pretesa di vera integrazione. Questi non sono “cittadini del mondo”: sono portatori di instabilità, di violenza e di un modello culturale incompatibile con il nostro.
La Questura indaga, come sempre. Ma l’indagine vera deve partire da chi governa: quante espulsioni immediate dopo episodi come questo? Quanti rimpatri forzati? Quanti ingressi bloccati da Paesi ad alto rischio come il Pakistan? Gli agenti della Polizia Locale non possono continuare a rischiare la vita per difendere la tranquillità di città che stanno diventando ostaggio di queste comunità parallele.
Gli italiani di Pordenone, di Udine, di tutto il Nordest hanno diritto a riappropriarsi delle loro strade. Senza paura. Senza rassegnazione. Senza dover più leggere notizie di risse etniche nel cuore delle loro città. È tempo di dire basta, con fermezza e senza ipocrisie. Prima che sia troppo tardi.


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