Venezia, il partito islamico promette 3mila voti in cambio moschea
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Quando le società importano elementi estranei in massa come i musulmani la democrazia finisce di essere tale. Perché il voto etnico è la negazione della democrazia. Finora lo ha utilizzato il Pd nelle primarie. Ma se non torniamo allo ius sanguinis il loro voto conterà più del nostro. E il fatto che i giornali di destra non lo denuncino dimostra la loro prostituzione intellettuale verso il potere: il partito islamico non è cattivo solo se vota il Pd, è cattivo in sé.
**Emergenza voto etnico a Venezia: il “partito islamico” bengalese di Fratelli d’Italia pretende la grande moschea in cambio di 3.000 voti che decideranno il prossimo sindaco di Ca’ Farsetti**
VENEZIA – 14 marzo 2026. Non è più un semplice progetto edilizio. Non è più un “centro culturale”. È un vero e proprio ricatto politico: la comunità bengalese-musulmana di Mestre ha trasformato i suoi 3.000 voti compatti in moneta di scambio. O ci date la moschea in via Giustizia, o il vostro candidato a sindaco può scordarsi Palazzo Farsetti. È questo il nuovo capitolo dell’islamizzazione di Venezia che abbiamo anticipato e che oggi esplode in tutta la sua gravità.
Prince Howlader, portavoce ufficiale della comunità e ancora iscritto a Fratelli d’Italia, non fa più nemmeno finta. Dopo la preghiera di massa di venerdì con 500 fedeli inginocchiati sul futuro cantiere, dopo aver già fissato la festa di fine Ramadan proprio lì, il messaggio è arrivato chiaro e forte ai meloniani. E suona così: «La moschea è la condizione per mantenere i nostri voti». Tremila preferenze “in branco”, tutte nello stesso senso, tutte obbedienti al leader. Un partito islamico de facto, travestito da ‘organizzazione’ di un bengalese iscritto a FdI, che detta condizioni alla destra italiana nella città simbolo della Serenissima.
Come abbiamo scritto nel precedente articolo, il senatore Raffaele Speranzon si conferma ancora una volta il grande sponsor di questa operazione. La sua risposta criptica sulla candidatura del bengalese, che era stata annullata dopo le proteste degli elettori italiani, non è stata un caso: non ha chiuso la porta a Howlader, non ha preso le distanze dal progetto della mega-moschea, non ha detto una parola contro il voto etnico. Anzi. Speranzon sa perfettamente che escludere del tutto il bengalese dalla corsa a Ca’ Farsetti significa perdere quel pacchetto di tremila voti che, in una competizione serrata, può spostare l’ago della bilancia tra vittoria e sconfitta. E lui, il coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, non vuole perdere quel “tesoretto” islamico.
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È il meccanismo più pericoloso che abbiamo visto negli ultimi anni: i musulmani organizzati non chiedono più integrazione. Pretendono. Pretendono il luogo di culto, pretendono lo spazio pubblico per la preghiera di massa, pretendono di trasformare un quartiere già degradato in una enclave islamica. In cambio consegnano in blocco i loro voti. Non è democrazia. È voto etnico puro, è islam politico che compra il potere locale con la scheda elettorale. E poi quello nazionale quando si faranno il loro partito.
L’europarlamentare Anna Maria Cisint (Lega) lo ha ripetuto anche l’altro giorno: «Questo non è un centro culturale, è un centro di potere islamico che vuole decidere chi governa Venezia». E ha ragione. Mentre la Lega alza il muro, Speranzon e i suoi continuano a tenere aperta la porta. Perché 3.000 voti in branco valgono più della difesa dell’identità italiana.
Il “partito islamico di Venezia” esiste già. Si chiama comunità bengalese, ha il suo leader (Howlader), ha la sua sede di fatto (il cantiere di via Giustizia), ha il suo candidato (sempre Howlader o chi lui indicherà). E ora ha anche il suo prezzo: la moschea in cambio del sindaco.
Abbiamo avvertito. Lo stiamo documentando giorno per giorno. Se Fratelli d’Italia cederà a questo ricatto, Venezia non avrà più un’amministrazione comunale. Avrà un’amministrazione sotto tutela islamica. Il voto etnico non è più un pericolo futuro. È qui. È adesso. E sta decidendo chi sarà il prossimo sindaco.


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