L’imam filo-Hamas guida la campagna islamica per il “No” al referendum sulla giustizia
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Se non azzeriamo immigrazione regolare dai paesi islamici presto si faranno un partito e decideranno al posto nostro. Ogni islamico in più significa che serve un voto di un vero italiano in più per vincere.
**L’Islamizzazione avanza a Torino: l’imam Brahim Baya, predicatore filo-Hamas, va a braccetto con gli antagonisti di Askatasuna e guida la campagna islamica per il “No” al referendum sulla giustizia**
Torino, 15 marzo 2026. Mentre l’Italia si prepara al referendum sulla riforma della giustizia, un imam marocchino naturalizzato, portavoce della moschea Taiba di via Chivasso, non perde tempo: Brahim Baya (nome completo spesso associato al profilo Instagram @brahimbaya84) continua imperterrito la sua propaganda per il “No”. Lo fa con video e appelli diretti alla comunità musulmana, accusando il governo Meloni di “islamofobia imperante”, di essere “razzista, autoritario e complice del genocidio” a Gaza, e di voler concentrare il potere esecutivo indebolendo i giudici.
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Ma non si ferma qui. Lo stesso soggetto, torinese di origine marocchina di circa 40 anni, ex segretario nazionale dell’associazione Partecipazione e Spiritualità Musulmana (PSM) e fondatore di Nur Resilienza, da mesi marcia fianco a fianco con gli antagonisti più violenti della città: quelli del centro sociale Askatasuna. Lo dimostra il video diffuso oggi dalla giornalista Francesca Totolo: Baya in prima fila nei cortei, microfono in mano, che definisce quelle piazze “l’Italia migliore”.
Ricordiamo i fatti. A fine gennaio 2026, dopo gli scontri della cosiddetta “Battaglia di Torino” (martellate a un agente, bombe carta, molotov contro le forze dell’ordine), Baya ha preso la parola durante la manifestazione pro-Askatasuna e pro-Gaza, elogiando la “resistenza” e mescolando maranza nordafricani, vecchi comunisti e seconde generazioni islamiche. “Questa piazza è l’Italia migliore”, ha gridato, mentre i black bloc uscivano dal percorso autorizzato per attaccare la polizia. Pochi giorni prima aveva già parlato all’Università di Torino occupata, aizzando studenti contro le indagini su Hamas.
Non è un caso isolato. Baya è da tempo il volto pubblico di un’alleanza pericolosa tra islam radicale e sinistra antagonista: l’islamocomunismo torinese. È legato a doppio filo a due figure finite nel mirino delle autorità per legami con Hamas:
– Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab, per il quale il governo aveva chiesto l’espulsione per motivi di sicurezza nazionale (bloccata dalla magistratura che Baya difende con tanto di “islamofobia”).
– Mohammad Hannoun, arrestato proprio con l’accusa di finanziamento ad Hamas.
Baya li ha sempre difesi pubblicamente, ha partecipato a iniziative per la loro liberazione e ha trasformato ogni critica in “persecuzione politica”. Nel 2024 aveva già creato scandalo organizzando la preghiera del venerdì all’Università occupata dagli studenti filopalestinesi, fino alla diffida della Questura. All’epoca si presentava come “predicatore di pace e dialogo”, ma i sermoni anti-Israele e le posizioni filo-Hamas (fino a elogiare figure come Sinwar) hanno smascherato il profilo.
Oggi, con il referendum del 22-23 marzo alle porte, Baya mobilita apertamente la comunità islamica per il “No secco”. In video su Instagram e interventi pubblici ha dichiarato: «Voteremo No per mandare a casa questo governo razzista». Un appello che si allinea perfettamente con l’ala più radicale della sinistra (Avs, centri sociali, ANM) e che trasforma le moschee in comitati elettorali. Non è più solo preghiera: è propaganda politica, voto di blocco, pressione sull’Italia per fermare qualsiasi riforma che tocchi il sistema giudiziario o contrasti l’immigrazione incontrollata.
Questo caso è emblematico dell’Islamizzazione in corso in Italia. Torino, città già teatro di centri sociali sgomberati e di quartieri a forte presenza islamica, diventa laboratorio di un’alleanza letale: imam che predicavano in moschea ora marciano con chi lancia molotov, difendono terroristi islamisti e usano il voto musulmano per colpire il governo legittimamente eletto. Baya non è un semplice “attore di dialogo interreligioso” (come lo dipingevano fino a ieri Comune e media di sinistra): è il testimonial perfetto di un progetto che vuole sostituire la sovranità italiana con sharia soft, islamofobia come clava e alleanze con i violenti di Askatasuna per paralizzare le istituzioni.
Mentre l’Italia discute separazione dei poteri, i musulmani compatti chiamati alle urne da Baya e da Roberto Hamza Piccardo (altro predicatore del “No”) dimostrano una cosa sola: la comunità islamica organizzata non è neutrale. Usa il referendum per difendere i suoi network, proteggere i suoi imam a rischio espulsione e avanzare un passo ulteriore verso la conquista politica e culturale del Paese.
Serve altro per capire che l’Islamizzazione non è una teoria, ma realtà quotidiana a Torino? Brahim Baya, con il suo megafono tra antagonisti e moschee, lo sta gridando a chiare lettere. E l’Italia non può più fingere di non sentire.


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