Ramadan, dietro la moschea c’è la rete Hamas che finanzia i tagliagole
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Mentre l’Italia è assediata nelle città dal mese islamico del Ramadan, la moschea di Viale Padova 144 a Milano – guidata da Mahmoud Asfa – continua a lanciare appelli per “donare pasti iftar” a centinaia di fedeli. Costo dichiarato: 1.300 euro al giorno, circa 40 mila euro al mese. “Un progetto iniziato più di 30 anni fa”, scrivono. Peccato che le stesse mani che raccolgono questi soldi siano fotografate accanto a due dei più pericolosi vertici di Hamas in Italia, oggi rinchiusi in regime di massima sicurezza.
Mahmoud Asfa non è un semplice imam di periferia. È il punto di contatto visibile di una rete che, secondo le indagini della Procura di Genova, ha trasformato moschee, centri culturali e raccolte di zakat in canali di finanziamento per le Brigate Al Qassam. Le foto lo ritraggono sorridente accanto a Mohammad Hannoun – considerato il capo della cupola Hamas italiana, oggi a Terni – e a Riyad Albustanji, l’uomo che imbracciava il mitra a Gaza e che, da Milano, faceva arrivare soldi in Palestina passando per Turchia ed Egitto. Bonifici con causale “pasto caldo”, sacchi di contanti, sermoni trasformati in collette: tutto perfettamente in linea con il quinto pilastro dell’islam.
Asfa tace. Non risponde alle domande della Procura, non risponde ai giornalisti. Ma è impossibile non sapere. Suo genero Sulaiman Hijazi – storico braccio destro di Hannoun – ha sposato sua figlia Nibras. Le intercettazioni li immortalano mentre commentano il “giro di denaro” e il ruolo di Hannoun dentro Hamas. Hijazi è sempre in moschea con Asfa, si sentono al telefono, partecipa agli incontri con Abu Omar (responsabile Abspp per l’Italia centrale, indagato per associazione per delinquere con finalità di terrorismo ex art. 270). Eppure Asfa vorrebbe farci credere di essere solo un pacifico gestore di una “casa della Cultura Islamica”.
E mentre i fedeli versano soldi per “310 pasti al giorno”, altre associazioni (Iqra della comunità bangladese) offrono iftar per 450 persone. Poi, improvvisamente, la locandina cambia: 250 pasti a 1.200 euro. Errori di calcolo? O forse la stessa contabilità creativa usata da chi, con la scusa della beneficenza, ha mandato milioni ai tagliagole di Hamas?
Questo è il volto reale dell’Islamizzazione in Italia. Non è un problema di “singoli estremisti”. È un sistema: moschee che si presentano come luoghi di dialogo interreligioso, imam che stringono mani a terroristi, zakat che diventa tassazione occulta per finanziare la jihad. La stessa narrazione che abbiamo visto a Centocelle, a Torino, a Bologna. La stessa che oggi, nel cuore di Milano, continua indisturbata.
Asfa può continuare a tacere. Le fotografie, le intercettazioni e i bonifici parlano per lui. E mentre i milanesi pagano l’affitto e lottano con il caro-vita, la moschea di Viale Padova chiede altri 40 mila euro al mese per “interrompere il digiuno”. Chissà quanti di quei soldi finiranno davvero nei piatti dei poveri e quanti, invece, nei kalashnikov di Gaza.
L’Islamizzazione avanza con il sorriso del Ramadan e le tasche piene di chi finanzia il terrore. E l’Italia continua a far finta di non vedere.


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