Iran, la diversità etnica è debolezza
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Il problema reale che minaccia lo Stato iraniano non è la “rivolta dei giovani” ma la diversità etnica che rende l’Iran non fragile come la Siria – perché c’è una componente persiana maggioritaria – ma comunque più facile da destabilizzare rispetto ad una situazione di omogeneità etnica.
### L’Ipocrisia Occidentale: La Diversità è Debolezza, Punto.
Le élite globaliste che governano l’Occidente – quelle che dettano legge da Bruxelles, Washington (non più con Trump) e Davos – ci ripetono ossessivamente che la **diversità è una forza**. Un arricchimento culturale, economico, sociale. Eppure, quando si tratta di paesi avversari come l’Iran, la stessa diversità etnica diventa un’arma letale per destabilizzarli. Dopo la guerra dei 12 giorni con Israele nel 2025, le minoranze curde, azere, arabe e baluci sono state immediatamente strumentalizzate per fomentare insurrezioni. La diversità, lì, è debolezza pura: un tallone d’Achille che rende lo Stato vulnerabile a divisioni interne, operazioni psicologiche e interventi esterni.

E in Europa? La stessa oligarchia impone immigrazione di massa, frammentando società un tempo coese. Non è un caso: la **diversità è debolezza ovunque**, e imporla qui serve proprio a indebolirci, rendendoci più frammentati, meno uniti, più facili da controllare.
#### La Diversità come Arma Geopolitica: Il Caso dell’Iran e del Medio Oriente
L’Iran è un esempio lampante. Con i persiani al solo 48% della popolazione, il paese è un mosaico etnico: curdi, azeri, baluci, arabi. Questa frammentazione è stata storicamente sfruttata da potenze esterne. Israele e gli USA hanno appoggiato gruppi separatisti curdi; la CIA e l’Arabia Saudita hanno finanziato terroristi baluci come Jaish al-Adl. Dopo il conflitto del 2025, le “voci” di ribellioni etniche non erano spontanee: erano psy-ops per spezzare l’unità nazionale.
Lo stesso playbook è stato usato ovunque: in Iraq, l’invasione del 2003 ha scatenato caos settario tra sunniti, sciiti e curdi; in Siria, l’Occidente ha armato ribelli per esacerbare divisioni tra alawiti e sunniti. Studi come quelli di Easterly e Levine (1997) dimostrano che la diversità etnica alta correlata a crescita economica bassa, instabilità politica e conflitti. L’indice di fractionalizzazione etnica predice guerre civili e fallimenti statali. La diversità non unisce: divide, rende le nazioni fragili e prone a manipolazioni esterne.
#### In Europa, la Diversità Imposta è un Veleno Lento
Mentre all’estero l’Occidente arma la diversità per distruggere nemici, in casa la promuove come “bene supremo”. Politiche di confini aperti, quote migratorie, propaganda multiculturale: tutto per “arricchire” l’Europa. Ma i fatti dicono altro.
Robert Putnam, nel suo studio del 2007, ha dimostrato che nelle comunità diversificate americane la fiducia sociale crolla: meno fiducia nei vicini, meno volontariato, meno cooperazione – persino tra membri dello stesso gruppo etnico. Le persone si “ritirano come tartarughe”. Studi successivi, come quelli di Alesina e colleghi, confermano: diversità etnica correlata negativamente a spesa sociale, fiducia e coesione. In Europa, ricerche su UK, Germania e Francia mostrano che quartieri ad alta immigrazione hanno minore coesione, più tensioni, ascesa di populismi.
La diversità non “arricchisce”: erode il capitale sociale, aumenta l’anomia, favorisce enclavi parallele. In Francia, banlieue multiculturali sono focolai di instabilità; in Svezia, no-go zones; in Italia e Germania, crimine e tensioni legate a flussi non integrati. L’immigrazione di massa ha politicizzato l’identità, frammentato la società, indebolito l’unità nazionale.
#### L’Obiettivo Reale: Un’Europa Debole e Controllabile
Se la diversità è debolezza – come dimostrato in Iran, Siria, Iraq – perché imporla in Europa? Perché un’Europa omogenea, con identità forti e coesione alta, resiste al globalismo. È sovrana, unita, difficile da manipolare. Diversificandola artificialmente, si crea caos: divisioni etniche, conflitti culturali, dipendenza da élite sovranazionali per “gestire” le tensioni.
Le stesse tattiche usate contro Teheran – sfruttare minoranze per frammentare – si applicano qui. I migranti diventano “minoranze” da proteggere con politiche divisive, mentre le identità europee autoctone sono demonizzate come “razziste”. Risultato: populismi in ascesa, fiducia in calo, Stati indeboliti. Non è un errore: è strategia. L’oligarchia non crede nella diversità come valore; la usa come strumento di potere.
La diversità è debolezza. Lo sanno quando la usano contro i nemici; lo applicano a noi per lo stesso motivo. L’Europa coesa del passato era forte; quella frammentata di oggi è un puzzle pronto a essere dominato. Svegliamoci: la vera forza sta nell’unità, non nella divisione imposta.



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