Cittadini bruciano centro accoglienza per 80 maschi africani giorno prima inaugurazione

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By V gennaio 19, 2026 23:12

Cittadini bruciano centro accoglienza per 80 maschi africani giorno prima inaugurazione

Piantedosi chiacchierone. Riempie l’Italia di centri accoglienza per i suoi clandestini. I cittadini sono esasperati. E arrivano a gesti disperati ed estremi.

Un nuovo atto di ribellione silenziosa – o di disperazione, a seconda dei punti di vista – ha colpito Brindisi nella notte tra il 18 e il 19 gennaio 2026: un incendio, ritenuto doloso dagli inquirenti, ha devastato l’edificio destinato a diventare un nuovo Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) per migranti, situato tra le contrade Restinco e Montenegro. Proprio nella mattinata del 19 gennaio dovevano partire i lavori di riqualificazione, finanziati con **2,3 milioni di euro** di fondi europei – soldi prelevati dalle tasche dei contribuenti italiani tramite l’Unione Europea – per creare **80 posti letto**. L’obiettivo era trasferire i migranti dall’attuale struttura fatiscente di via Provinciale San Vito in questa nuova sede, più “moderna” e isolata.

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L’assessore ai servizi sociali del Comune di Brindisi, Ercole Saponaro, ha commentato l’episodio con toni indignati: «Un vigliacco attacco. Tutti i mobili e le suppellettili fatiscenti, che erano fuori in attesa di essere portati via dagli addetti dalla società che gestisce il servizio dei rifiuti, sono stati trascinati all’interno delle strutture ed è stato appiccato il fuoco, arrecando ingentissimi danni all’immobile». Ha aggiunto che i danni causeranno ulteriori esborsi economici e ritardi nei lavori (previsti per concludersi entro maggio), ma ha ribadito con fermezza: «Questo atto vigliacco finalizzato alla non realizzazione del progetto non ci fa desistere. Il grave gesto non ci fermerà, perché il progetto, apprezzato dal Governo e dalla Prefettura in particolare, deve andare avanti: lo realizzeremo per portare a compimento il trasferimento dei migranti».

Parole che suonano come una sfida ai cittadini locali, i quali – secondo quanto emerge da cronache e commenti online – sono esasperati da anni di imposizioni dall’alto. Restinco e Montenegro non sono quartieri centrali di Brindisi: si tratta di zone periferiche, rurali, già segnate da degrado, discariche abusive e tensioni sociali. L’idea di piantare lì un centro per 80 migranti (spesso maschi adulti, come statisticamente avviene nei CAS) senza un vero coinvolgimento della popolazione è percepita come l’ennesima beffa: i residenti pagano le tasse per finanziare progetti che non hanno chiesto, che aumentano i rischi di sicurezza, che deprimono ulteriormente il valore immobiliare e che portano disordine in aree già fragili.

L’esasperazione dei brindisini non nasce dal nulla. Da anni la Puglia, e Brindisi in particolare, è terra di sbarchi e di centri di accoglienza: il vicino CPR di Restinco (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) è stato teatro di rivolte, incendi appiccati dagli stessi ospiti, fughe e denunce di violenze interne. I cittadini ricordano proteste passate contro trasferimenti forzati, come quelli del 2025 quando decine di migranti si opposero al trasferimento proprio verso Restinco, accusando il Comune di trattarli peggio di animali. Ora tocca ai residenti autoctoni sentirsi “ospiti indesiderati” nella propria terra: l’arrivo di un nuovo CAS significa più controlli, più tensioni, più episodi di microcriminalità (furti, spaccio, molestie) che spesso accompagnano questi insediamenti in piccoli contesti periferici.

E non è solo questione di “paura razzista”, come frettolosamente etichettano alcuni media mainstream: è rabbia accumulata per un sistema che impone dall’alto, senza ascoltare. I fondi europei (soldi prelevati dalle tasche degli italiani) arrivano, le cooperative incassano, le Prefetture firmano, i politici locali (di ogni colore) si allineano perché sono parassiti sociali come i loro ospiti, ma i cittadini pagano il prezzo: degrado urbano, senso di insicurezza, servizi pubblici già carenti che vengono ulteriormente stressati. A Brindisi, come in centinaia di piccoli comuni italiani, la gente è stufa di svegliarsi con la notizia che “arrivano 80 migranti” in un ex capannone o villa abbandonata vicino casa, senza aver avuto voce in capitolo. Stufa di vedere i propri quartieri trasformati in “periferie dell’accoglienza”, mentre i centri storici restano vuoti e i giovani emigrano.

L’incendio doloso – se confermato come tale – è un gesto estremo, ma è anche il sintomo di una frustrazione profonda. Quando le istituzioni ignorano le proteste pacifiche, le petizioni, le assemblee pubbliche, resta solo la disperazione. E allora qualcuno passa all’azione: non per odio razziale, ma per difendere ciò che resta del proprio territorio, della propria tranquillità, della propria dignità.

L’assessore Saponaro può ripetere che «non ci fermeranno», ma dovrebbe chiedersi perché un’intera comunità arriva a un punto di rottura tale da rischiare atti vandalici. Il progetto “andrà avanti”? Forse sì, con più forze dell’ordine, più recinzioni, più costi. Ma il prezzo sociale sarà altissimo: divisioni più profonde, sfiducia totale nelle istituzioni, e un risentimento che non si spegne con i fondi UE.

È ora di smettere con le imposizioni calate dall’alto. Ascoltare i territori, coinvolgere i cittadini, fare i rimpatri invece di mega-centri promiscui. Altrimenti, incendi come quello di Restinco non saranno gli ultimi: saranno il segnale che l’Italia periferica è arrivata al limite, e che la “follia immigrazionista” sta producendo non integrazione, ma solo rabbia e macerie.

Cittadini bruciano centro accoglienza per 80 maschi africani giorno prima inaugurazione ultima modifica: 2026-01-19T23:12:12+00:00 da V
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