Clandestini morti in esplosione barcone, assolti in appello due finanzieri
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**Sei anni per capire l’ovvio: la colpa del naufragio è degli scafisti e dei clandestini, non dei finanzieri che li salvano – assolti i militari dopo un calvario indegno**
Sei anni. Sei lunghi anni per arrivare a una sentenza che dice ciò che qualunque persona con un briciolo di buon senso sapeva fin dal primo giorno: la tragedia della barca “Heaven” al largo di Crotone il 30 agosto 2020 non è colpa dei finanzieri che hanno rischiato la vita per soccorrere 33 clandestini, ma degli scafisti criminali e degli stessi migranti che hanno accettato di salire su un barcone fatiscente e sovraccarico.
La Corte d’Appello di Catanzaro ha fatto giustizia: ha assolto il capitano Vincenzo Barbangelo e il maresciallo Andrea Novelli, ribaltando la vergognosa condanna di primo grado (due anni con pena sospesa per naufragio e omicidio colposo plurimo). Il collegio presieduto dal giudice Antonio Battaglia ha accolto le tesi difensive (avvocati Carolei, Carnuccio e Saporito) e ha chiuso una vicenda giudiziaria assurda: quattro morti nell’esplosione del natante trainato verso il porto, ma la Procura aveva osato accusare i soccorritori di “negligenza e imperizia” per non aver fatto trasbordo invece di trainare.
E la beffa finale: i finanzieri feriti nell’esplosione – Maurizio Giunta e Giovanni Frisella – si erano gettati in mare per salvare i superstiti. All’inizio erano stati lodati come eroi come se rischiare la vita per salvare dei clandestini che poi finiscono a Rogoredo fosse eroico e non stupido. Pochi mesi dopo, trasformati in imputati. Questo è l’altruismo patologico imposto all’Italia: rischi la vita per “raccattare” clandestini, e poi lo Stato ti processa per non averli salvati “nel modo giusto”.
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La perizia tecnica non ha mai chiarito con certezza la causa dell’innesco dell’incendio. Eppure per sei anni due servitori dello Stato hanno vissuto con l’incubo di una condanna per aver fatto il loro dovere. Nel frattempo, gli scafisti libici e turchi continuano indisturbati, i trafficanti incassano milioni, i clandestini che sopravvivono restano qui a delinquere o a pesare sul welfare, e le vittime italiane pagano due volte: in sicurezza e in tasse per mantenere un sistema che punisce chi li protegge.
Questa assoluzione tardiva non cancella l’orrore: sei anni di gogna giudiziaria per chi ha salvato vite, mentre chi porta morte (scafisti, ONG complici, clandestini che attaccano le motovedette) resta impunito o protetto. È la cartina tornasole di un Paese malato, dove il “fardello dell’uomo bianco” è diventato legge: devi salvare tutti, anche chi ti vuole morto, e se qualcosa va storto sei tu il colpevole.
Il referendum del 22-23 marzo 2026 è l’occasione per spezzare questa catena: Sì alla separazione delle carriere, al CSM a sorteggio, all’Alta Corte disciplinare. Votare Sì significa dire basta a toghe rosse che trasformano eroi in imputati e delinquenti in vittime. Basta con chi processa i finanzieri e coccola gli scafisti. Il 22 marzo, Sì per un’Italia che premia chi difende la legge e punisce chi la viola. La pacchia è finita – per scafisti, clandestini e toghe che li proteggono!


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