Qualcuno ha pagato centomila euro per bruciare un poliziotto

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By V febbraio 7, 2026 12:27

Qualcuno ha pagato centomila euro per bruciare un poliziotto

**Centomila euro per bruciare un poliziotto**

Sabato 31 gennaio 2026, Torino ha vissuto due ore di guerra urbana. Due ore ininterrotte di lanci di sassi, razzi ad altezza uomo, martelli per staccare pezzi di davanzali da lanciare contro le forze dell’ordine, barricate di cassonetti, scudi artigianali nascosti dietro fumogeni, spranghe, biglie di ferro, bottiglie incendiarie. Due tentativi di omicidio documentati: uno contro un collega di Padova, l’altro contro l’autista di un mezzo che ha preso fuoco e che è stato letteralmente impedito di scendere dai manifestanti. Solo l’intervento disperato di due finanzieri lo ha salvato dal rogo. “Per la prima volta in 27 anni ho avuto paura di non tornare a casa”, ha confessato un poliziotto in studio a *Dritto e Rovescio*, chiudendo gli occhi mentre rivedeva le immagini.

Eppure, secondo le prime stime delle forze dell’ordine riportate da Filippo Facci sul *Giornale*, l’organizzazione di quel sabato ha richiesto una spesa stimata tra **80.000 e 100.000 euro**. Soldi veri, non improvvisati: scudi in lamiera, caschi, maschere, fumogeni, razzi, martelli, pietre selezionate, trasporto di centinaia di persone arrivate da Turchia, Germania, Francia e Spagna. Un corteo che si è trasformato in guerriglia urbana con una “chiara strategia della tensione”, come l’ha definita il vicepremier Matteo Salvini e come hanno confermato gli stessi agenti presenti: “All’inizio fronte pacifico senza scudi, poi dietro i fumogeni avanza il secondo fronte armato. Sapevano esattamente cosa fare. Non era un corteo studentesco, era uno scontro sociale programmato”.

La matrice è una sola: No Tav + Askatasuna + antagonismo anarchico-antagonista, la stessa che da vent’anni trasforma la Val di Susa in una palestra di guerriglia e che da anni riversa quelle tecniche nelle piazze di Torino. Dal 2005 al 2011 lo Stato ha speso almeno **50 milioni di euro** (35 solo fino al 2016) per difendere i cantieri, impiegando migliaia di soldati all’anno e contando migliaia di feriti tra le forze dell’ordine. Ordigni con bulloni e chiodi, catapulte rudimentali, pietre da 5 chili, cavi d’acciaio tesi per bloccare l’autostrada: danni per quasi **7 milioni di euro** accertati nei processi. E ora, nel 2026, mentre l’Italia ospita i Giochi olimpici invernali, lo stesso arsenale e la stessa organizzazione tornano a colpire.

Chi finanzia tutto questo? Chi paga 100.000 euro per trasformare una piazza in un campo di battaglia, per tentare di bruciare vivi poliziotti e finanzieri, per far vivere due ore di terrore a una città intera? Non sono ragazzi improvvisati con una bomboletta spray: è un’organizzazione strutturata, transnazionale, con logistica, denaro, addestramento. Una struttura che da anni gode di una sostanziale impunità, che continua a operare anche quando i processi derubricano il terrorismo, che continua a crescere mentre lo Stato parla di “modifiche normative” e “tavoli di lavoro”.

E mentre questi gruppi spendono centomila euro per incendiare un mezzo della polizia e provare a uccidere chi indossa una divisa, lo Stato italiano continua a finanziare – direttamente o indirettamente – le stesse reti attraverso cooperative, progetti di “inclusione”, finanziamenti europei mascherati da solidarietà. È ora di finirla con questa ipocrisia mortale.

Chi tenta di bruciare vivi poliziotti non è un manifestante, è un terrorista.
Chi finanzia 100.000 euro per farlo non è un benefattore, è un mandante.
E chi, in nome dei diritti, continua a foraggiare questi gruppi mentre i nostri agenti rischiano la vita, è complice.

L’Italia non può più permettersi questa follia.
O si smantella sul serio questa rete eversiva, o la prossima volta non sarà “miracolo se non è bruciato vivo”.
La prossima volta potrebbe essere un funerale di Stato.

Qualcuno ha pagato centomila euro per bruciare un poliziotto ultima modifica: 2026-02-07T12:27:48+00:00 da V
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