Ospiti centro accoglienza confermano: cibo italiano no buono lo buttiamo
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Gli ospiti del centro accoglienza di Pontassieve confermano di buttare il cibo perché non di loro gusto. Perché il centro non è ancora stato svuotato come gli altri 10mila e loro rimpatriati con i loro 142mila colleghi sparsi in tutta Italia?
**Pontassieve, aggiornamento choc: gli immigrati buttano il cibo perché “non gli piace”. E gli italiani pagano il conto**
Montebonello, Pontassieve (FI), febbraio 2026 – La notizia dei cinquanta pasti freschi e confezionati gettati nei campi vicino al Centro di Accoglienza Straordinaria “Pian d’Ercole” non era un caso isolato di distrazione o errore. Era solo l’inizio. Ora emerge la verità che fa ribollire il sangue: gli ospiti del centro – tutti maschi adulti in età da lavoro – hanno ammesso di buttare via il cibo perché “non gli piace il cibo italiano”. Pasta, merluzzo, carne con contorno: tutto intatto, tutto pagato con le tasse degli italiani, finisce regolarmente nella spazzatura o nei fossi perché non gradito.
Il centro costa oltre 100.000 euro al mese, per un totale che sfiorerà i 724.000 euro fino a metà aprile. Quattordici primi piatti, trentadue porzioni di merluzzo, quattro di carne: decine di monoporzioni buttate ogni giorno, secondo segnalazioni e post virali che girano su Facebook e X. “Non piace il cibo italiano”, dicono loro. E noi? Noi paghiamo per farli mangiare, per farli scegliere, per farli rifiutare. Mentre le famiglie di Pontassieve e di tutta Italia contano le monete per la spesa, riducono il riscaldamento, rinunciano alla carne per i figli.
Matteo Zoppini, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, aveva già definito lo spreco “eticamente vergognoso”. Ora aggiunge benzina sul fuoco: non è solo uno spreco, è un insulto. Buttare cibo perché sgradito, quando quel cibo è finanziato dai contribuenti che spesso non arrivano a fine mese, è un pugno nello stomaco. I consiglieri comunali di FdI – Cecilia Cappelletti, Roberto Lauri, Deborah Baldi – hanno diffuso video e foto dei contenitori abbandonati per strada, ancora sigillati. Il valore? Centinaia di euro al giorno, buttati via come niente.
E la gestione? Silenzio assordante dalla cooperativa che incassa gli appalti. Nessuna sanzione, nessun controllo serio, nessun obbligo di consumare o donare il cibo avanzato. Invece di finire nelle mense Caritas o nelle case di italiani in difficoltà, diventa concime per i campi. Il sistema dell’accoglienza diffusa – tanto osannato dalla Regione Toscana – si rivela per quello che è: un pozzo senza fondo di denaro pubblico, dove gli sprechi sono sistematici e le lamentele degli “ospiti” diventano la scusa perfetta per giustificare tutto.
Ma non è solo Pontassieve. È l’Italia intera. Migliaia di CAS sparsi sul territorio, miliardi spesi ogni anno per mantenere irregolari che rifiutano il cibo pagato da chi li mantiene. Mentre i rimpatri restano una chimera – tasso reale sotto il 20% – e gli sbarchi continuano, il messaggio è chiaro: venite pure, mangiate quello che volete, buttate il resto, lo Stato italiano paga tutto.
Basta.
Non è più tollerabile un sistema che umilia i cittadini italiani per coccolare chi rifiuta persino il pasto offerto. Non è solidarietà, è masochismo collettivo. Non è accoglienza, è un racket legalizzato.
La soluzione è una sola, e non ammette mezze misure: chiudere tutti i centri di accoglienza straordinaria. Tutti. Senza eccezioni. E rimpatriare in massa chi non ha titolo per restare. Basta fondi a cooperative che permettono sprechi del genere. Basta pocket money a chi butta via il cibo degli italiani. Basta.
Pontassieve non è un episodio. È lo specchio di un’Italia stanca di essere presa in giro.
Chiudiamoli tutti.
Rimpatriiamoli tutti.
Prima che la rabbia diventi incontenibile.


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