Elezioni Giappone, trionfa il premier Takaichi che non vuole immigrati
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Il Giappone ha scelto la linea dura: **Sanae Takaichi trionfa alle elezioni anticipate e blinda il Paese contro l’immigrazione di massa**.
In un voto lampo che ha sorpreso anche i più ottimisti, la prima donna premier della storia giapponese ha stravinto le elezioni anticipate dell’8 febbraio 2026, consegnando al suo **Partito Liberal Democratico (LDP)** una **maggioranza schiacciante di oltre due terzi** dei seggi alla Camera bassa. Un risultato storico, il migliore dal 2017 ai tempi di Shinzo Abe, che dà a Takaichi pieni poteri per imprimere una svolta nazionalista e conservatrice al Giappone.
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La leader ultraconservatrice, già ribattezzata “l’iron lady” di Tokyo, aveva puntato tutto su una campagna elettorale breve ma tagliente, centrata su tre pilastri: **sicurezza nazionale**, **rilancio economico con tagli fiscali** e, soprattutto, **rifiuto netto dell’immigrazione incontrollata**. Mentre in Europa (e in Italia in particolare) si continua a firmare decreti flussi record per centinaia di migliaia di ingressi di manodopera a basso costo, spesso non qualificata e mal integrata, Takaichi ha mandato un messaggio cristallino ai suoi connazionali: **“La cultura giapponese vale più della crescita demografica. Meglio una popolazione che cala lentamente che un Paese stravolto da chi non conosce la lingua, non rispetta le regole e non ha alcuna intenzione di assimilarsi”**.
Una frase che suona come uno schiaffo alle élite globaliste e che ha fatto breccia soprattutto tra i giovani under 30, i lavoratori precari e le famiglie stanche di vedere il proprio futuro sacrificato sull’altare della “diversità” a tutti i costi. Il Giappone perde circa 500.000 abitanti l’anno a causa del crollo delle nascite, ma per la premier questo non giustifica l’importazione massiccia di stranieri: meglio puntare su **natalità, automazione, tecnologia e incentivi alle famiglie giapponesi** piuttosto che riempire fabbriche e badanti con manodopera straniera sottopagata, spesso in nero o sfruttata.
Durante la campagna, il Partito Liberal Democratico ha messo al centro proprio “il problema degli stranieri”, inasprendo i criteri per i permessi di soggiorno, alzando le tasse sui rinnovi, imponendo test di lingua rigorosi e limitando gli acquisti immobiliari da parte di non residenti. Risultato? Criminalità bassissima, coesione sociale intatta, identità nazionale preservata. Nessun ghetto, nessuna “no-go zone”, nessuna pressione insostenibile su scuole, ospedali e welfare.
Il tracollo dell’opposizione è stato totale: l’alleanza centrista tra Partito Democratico Costituzionale e Komeito ha perso oltre due terzi dei seggi, mentre persino il partito anti-immigrazione Sanseito ha triplicato la propria rappresentanza, segno che la linea dura piace e convince sempre di più. Anche Donald Trump ha inviato le sue congratulazioni, riconoscendo in Takaichi una leader con “grande determinazione”.
Il messaggio dal Sol Levante è chiaro e senza filtri: **si può dire di no all’immigrazione di massa senza paura di essere etichettati “xenofobi”**. Si può scegliere di difendere la propria cultura, la propria sicurezza e il futuro dei propri figli invece di importare problemi che altri Paesi pagano a caro prezzo.
Mentre in Italia Giorgia Meloni continua a firmare decreti flussi per 500.000 ingressi nel triennio 2025-2028, riservati spesso a badanti, braccianti e operai generici senza reali verifiche, il Giappone di Sanae Takaichi dimostra che esiste un’altra strada: **investire sui propri cittadini, non sostituirli**.
Una vittoria che non è solo elettorale, ma culturale. E che dovrebbe far riflettere chi, da noi, continua a scommettere sull’importazione invece che sulla rinascita demografica e sociale.
Il Giappone ha scelto. E ha vinto.


Mica scemi i giapponesi. I baluba al loro paese e se il loro paese gli sta stretto che lo allarghino a spese loro.