Un altro africano picchia italiano a caso in pieno centro a Varese
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**Un altro pazzo africano picchia un italiano a caso in pieno centro a Varese: l’ennesima aggressione “senza motivo” che nessuno vuole chiamare per nome**
Varese, 10 febbraio 2026 – Un uomo di 61 anni, italiano, che andava al lavoro come ogni mattina, è stato preso a pugni alla testa senza nessuna ragione, in pieno centro, davanti alle Poste di viale Milano angolo via Como. Ore 9.30. Gente normale che cammina, negozi aperti, vita di tutti i giorni. E all’improvviso un selvaggio gli si avventa addosso.
L’aggressore? Un cittadino della Costa d’Avorio, già noto alle forze dell’ordine proprio per problemi psichiatrici. Noto, eh. Cioè: qualcuno lo conosceva, qualcuno sapeva che era un soggetto fragile o pericoloso, eppure girava libero per strada. E ha scelto come bersaglio un italiano qualsiasi che non gli aveva fatto niente.
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Niente rapina, niente lite, niente provocazione. Solo botte. Pugni in testa, la vittima stordita, sotto shock, portata in codice verde all’ospedale di Circolo con contusioni e graffi. Passanti che intervengono, chiamano il 112, polizia locale che lo identifica in pochi minuti. Fine della storia? No, è solo l’ennesimo capitolo.
Perché nei giorni scorsi a Tradate un nonno è stato aggredito mentre aspettava il nipote fuori da una scuola. Stesso copione: violenza improvvisa, vittima casuale, aggressore “sconosciuto” (leggasi: spesso straniero con precedenti o problemi mentali). E prima ancora altri episodi, sempre nel Varesotto, sempre con lo stesso sapore amaro: paura per strada, in orari normali, contro persone normali.
Questo non è “disagio mentale”. È disagio importato. È il frutto di una politica dell’accoglienza senza regole, senza controlli, senza rimpatri. Arrivano da paesi dove la malattia mentale è spesso stigma o abbandono totale, li parcheggiamo nei centri di accoglienza o li lasciamo liberi di girovagare, e poi ci stupiamo se uno di loro esplode e spacca la testa a un pensionato che va a timbrare il cartellino.
Quanti altri “pazzi africani” (parole dell’opinione pubblica, non mie) dobbiamo ancora tollerare prima di ammettere che il problema esiste? Quante volte dobbiamo leggere “aggredito senza motivo da uno straniero già noto alle forze dell’ordine” prima di pretendere che chi ha problemi psichiatrici gravi venga curato nel suo Paese o espulso?
La vittima è tornata a casa con qualche graffio. Ma la ferita vera è quella che resta nella testa di tutti noi: non siamo più sicuri nemmeno andando al lavoro di mattina. E chi ha aperto le porte senza criterio, chi continua a difendere l’indifendibile, chi ogni volta minimizza (“è un caso isolato”, “problemi psichici”), ha la responsabilità morale di questo sangue versato inutilmente.
Basta. O si governa l’immigrazione, o si subisce il caos. Punto.


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