Certificati falsi per liberare i clandestini, la sinistra difende medici rossi
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**“Risponderemo colpo su colpo”: la sinistra e i no-CPR difendono i medici che sabotano i rimpatri – Solidarietà ai traditori, silenzio sulle vittime italiane**
Ravenna, 14 febbraio 2026 – Non si sono limitati a minimizzare. Non hanno chiesto prudenza in attesa delle indagini. Hanno scelto la linea dura: “Risponderemo colpo su colpo”. Mentre la Procura di Ravenna indaga su almeno sei medici accusati di aver firmato certificati falsi per liberare clandestini pericolosi dai CPR, la sinistra civile, i collettivi no-CPR e una parte della politica radicale si schierano senza esitazioni al fianco degli indagati. Non per difendere la deontologia medica, ma per difendere il loro progetto ideologico: impedire a ogni costo che un irregolare venga trattenuto o rimpatriato. Anche se questo significa lasciare in libertà molestatori seriali, devastatori di pensiline e soggetti con precedenti penali gravi.
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Il Giornale lo denuncia da anni: esiste una strategia organizzata, rilanciata da campagne mirate dei collettivi no-CPR, per sensibilizzare (e in alcuni casi addestrare) i medici a non dichiarare mai nessuno “abile” all’ingresso in un centro di rimpatrio o a un volo di espulsione. L’obiettivo è chiaro: boicottare sistematicamente le espulsioni, trasformare la visita medica in un atto di resistenza politica. Ora che l’inchiesta è esplosa, con perquisizioni notturne, sequestro di chat e mail, la reazione non è stata di imbarazzo, ma di orgoglio militante.
Dai social partono appelli al vetriolo:
«Pronti a compattarci e formare un fronte unico per ribadire con forza che la solidarietà e la cura non sono reato. Difendere la dignità umana non è un’eccezione, ma un imperativo collettivo.»
«Non accetteremo che la medicina venga piegata alla logica della detenzione amministrativa. Non accetteremo che chi cura venga trattato come complice. I CPR sono strutture di morte e sofferenza, non soluzioni.»
«La repressione è propaganda e non fermerà la nostra mobilitazione. Risponderemo colpo su colpo. Con mobilitazione pubblica. Con iniziativa politica. Con solidarietà concreta verso i medici sotto attacco. Perché la salute e la libertà non sono concessioni del potere. Sono diritti. E li difenderemo, costi quel che costi.»
Traduzione: difenderemo chi firma certificati falsi, costi quel che costi. Anche se quel costo lo pagano le donne molestate per strada, le famiglie che vivono nel terrore, i cittadini che vedono i loro quartieri trasformati in zone franche per la delinquenza straniera.
E non si tratta solo di attivisti. La sinistra politica radicale entra in campo senza mezzi termini. Alleanza Verdi e Sinistra, tramite il consigliere regionale Paolo Trande, ha presentato un’interrogazione in Regione Emilia-Romagna per chiedere se le perquisizioni abbiano “generato ricadute in termini di funzionalità e continuità delle attività istituzionali di cura” nell’Unità Operativa di Malattie Infettive di Ravenna. E soprattutto: se la Giunta intenda “mantenere o modificare il proprio rapporto di supporto alle autorità competenti per l’attività sanitaria di verifica preliminare delle condizioni di salute degli ‘stranieri’ destinati ad essere trasferiti nei CPR”.
In altre parole: la Regione deve continuare a collaborare con lo Stato per i rimpatri, o deve smettere per non disturbare i medici “resistenti”? È un messaggio politico limpido: la salute degli irregolari viene prima della sicurezza degli italiani.
Mentre questi signori invocano “dignità umana” e preparano flash mob di solidarietà, tacciono sulle vittime concrete. Tacciono sul 25enne senegalese che ha molestato sette donne in un giorno e che, grazie a un certificato “inidoneità”, non è mai entrato in CPR. Tacciono sul gambiano che ha devastato pensiline e che è tornato libero grazie allo stesso sistema. Tacciono sul fatto che ogni clandestino “salvato” dalla burocrazia medica resta qui a rappresentare un rischio reale per la collettività.
Questa non è difesa della medicina. È complicità ideologica con chi viola la legge per imporre la propria visione del mondo: frontiere aperte, rimpatri zero, CPR chiusi a prescindere. E se per raggiungere quell’obiettivo serve firmare documenti falsi, sabotare lo Stato, lasciare in libertà soggetti pericolosi… pazienza. “Costi quel che costi”, dicono loro.
Ma il costo lo paghiamo noi.
Le nostre donne che non escono più sole la sera.
Le nostre città che diventano invivibili.
La nostra sicurezza che viene sacrificata sull’altare di un buonismo armato e militante.
È ora di finirla con questa farsa.
I medici indagati non meritano solidarietà: meritano indagini approfondite, radiazioni immediate dall’Ordine, licenziamenti senza liquidazione e processi penali severi.
I collettivi che li difendono e promettono “colpo su colpo” vanno monitorati e, se del caso, denunciati per istigazione a delinquere o apologia di reato.
La politica che li copre va smascherata per quello che è: nemica della sovranità nazionale e complice dell’invasione.
Non ci sono più alibi.
O si difende la legge e la sicurezza degli italiani, o si sceglie apertamente di stare dalla parte di chi la sabota.
La scelta è chiara. E gli italiani la stanno vedendo, giorno dopo giorno.
Prima che sia troppo tardi.


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