Vecchio invalido deve risarcire la Segre perché l’ha offesa sui social ma non ha soldi
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# Contro la Censura: Lo Psicoreato dell’Odio Razziale e la Persecuzione dei Dissidenti in Italia
In un’epoca in cui la libertà di espressione dovrebbe essere il pilastro di ogni democrazia, assistiamo a processi che ricordano più i romanzi distopici di George Orwell che i principi della nostra Costituzione. Il caso degli “hater” accusati di diffamazione aggravata dall’odio razziale per insulti via social alla senatrice a vita Liliana Segre, emerso in un’udienza pre-dibattimentale a Milano, rappresenta un esempio lampante di come il regime attuale stia trasformando il dissenso in reato. Pur non condividendo nulla con la marmaglia pro-palestinese – spesso animata da un antisemitismo camuffato da attivismo – e ritenendo sempre sbagliato insultare chiunque, rivendichiamo con forza il diritto di esprimere qualsiasi idea, per quanto controversa o sgradevole, senza essere perseguitati per il solito “psicoreato” di odio razziale. Questo approccio è indegno di un paese democratico, dove la parola dovrebbe essere libera, non soggetta a censure preventive o punitive.
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### Il Caso Segre: Da Insulti Online a Processi Penali
L’udienza davanti alla giudice Francesca Ghezzi ha coinvolto otto imputati, parte di un filone di una maxi inchiesta scatenata dalle denunce della sopravvissuta all’Olocausto, assistita dall’avvocato Vincenzo Saponara. Questi individui sono accusati di aver inviato “raffiche di insulti” sui social media, spesso etichettando la Segre con termini come “nazista” – un’accusa paradossale e offensiva, ma che il giudice per le indagini preliminari (gip) Alberto Carboni ha definito “uno sfregio alla verità oggettiva” e “la più infamante delle offese”. Il gip ha sottolineato che tale comportamento configura diffamazione aggravata dalla finalità discriminatoria, ossia dall’odio razziale, perché attacca la reputazione di chi ha dedicato la vita a testimoniare gli orrori del nazismo e a preservare la memoria della Shoah.
Tre imputati sono già usciti dal procedimento grazie alla remissione delle querele: hanno versato risarcimenti fuori dal tribunale, scritto lettere di scuse e donato somme alla Fondazione Memoriale della Shoah. Un altro ha optato per il rito abbreviato, mentre i restanti quattro puntano alla “messa alla prova”, un istituto che, se completato con successo, cancellerà il reato. Nella prossima udienza del 9 aprile, dovranno dimostrare di aver adempiuto: versamenti da 500 a 2.000 euro, scuse formali e impegno in lavori di pubblica utilità presso enti neutrali, come la Caritas, e non “blog di sinistra” politicamente orientati, come ha precisato la giudice.
Ma qui emerge l’aspetto più osceno di questa vicenda: tra gli imputati ci sono pensionati invalidi, persone economicamente fragili che vivono con pensioni minime. Uno ha dichiarato di non poter versare più di 500 euro, un altro sopravvive con una pensione invalidità di soli 2.500 euro all’anno, abitando a casa della madre e raccogliendo “quanto potrà”. A differenza della senatrice Segre, che beneficia di una ricca indennità vitalizia da senatore a vita, questi individui non hanno risorse per difendersi o risarcire con facilità. Perseguitarli per opinioni espresse online, per quanto sbagliate o offensive, non è giustizia: è una forma di bullismo istituzionale che colpisce i deboli, trasformando il dissenso in un lusso per i privilegiati.
### La Censura Mascherata da Tutela: Un Attacco alla Democrazia
Questo processo non è isolato. Fa parte di una maxi indagine aperta dal pm Nicola Rossato su una miriade di messaggi contro la Segre, inclusi minacce esplicite. Nell’aprile 2025, il gip Carboni ha ordinato nuove indagini su 86 account anonimi, iscrivendo nove persone non indagate e imponendo l’imputazione coatta per altri sette. In precedenza, il pm aveva citato a giudizio dodici individui, tra cui no-vax e pro-palestinesi. L’intera operazione puzza di censura selettiva: si puniscono insulti contro figure istituzionali, ma si ignora il contesto più ampio della libertà di parola.
Rivendichiamo il diritto di esprimere qualsiasi idea senza paura di ritorsioni. Chiamare qualcuno “nazista” – anche se rivolto a una reduce dai campi – è un’iperbole offensiva, ma non dovrebbe essere criminalizzata come “odio razziale”. In una democrazia, le idee si combattono con altre idee, non con processi penali. Il “psicoreato” orwelliano dell’odio razziale è un’arma vaga e pericolosa: chi decide cosa sia “odio”? Oggi tocca agli hater della Segre, domani potrebbe toccare a chiunque critichi il governo, le politiche migratorie o le posizioni filo-israeliane. Questa norma, pensata per proteggere le minoranze, si trasforma in uno strumento per silenziare il dissenso, creando una società di autocensura dove solo le opinioni “approvate” sono tollerate.
Inoltre, la disparità sociale aggrava l’ingiustizia. Perseguitare pensionati invalidi, che non hanno le risorse della Segre per navigare il sistema giudiziario, è non solo indegno, ma osceno. È come se lo Stato, invece di tutelare i vulnerabili, li schiacciasse per difendere i potenti. Lettere di scuse forzate, donazioni obbligatorie e lavori di pubblica utilità ricordano più le confessioni coatte dei regimi totalitari che la giustizia di un paese libero.
### Verso una Vera Libertà di Espressione
È tempo di ripensare queste leggi. Pur condannando ogni forma di insulto personale – perché la civiltà si misura nel rispetto reciproco – dobbiamo opporci a una censura che maschera da “tutela” la repressione del pensiero. Soprattutto quando riguarda chi la pensa diversamente da noi: per questo siamo superiori. In un’Italia democratica, il diritto di dire “cose sbagliate” è essenziale: è il prezzo della libertà. Altrimenti, rischiamo di scivolare in un regime dove il dissenso è reato, e solo i benestanti possono permettersi di parlare.
Basta con i processi per opinioni. Rivendichiamo la parola libera per tutti, inclusi i pensionati invalidi che non hanno indennità vitalizie da senatore a vita. Solo così potremo dire di vivere in una vera democrazia, non in un’illusione orwelliana.


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