È sempre Cartabianca: giornalisti di sinistra pestati da immigrato
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### Ironia Amara: I Giornalisti di Sinistra, Sempre Pronti a Difendere gli Immigrati, Questa Volta Le Hanno Prese in Piena Faccia da Uno di Loro
Il post su X di Francesca Totolo (@fratotolo2) del 20 febbraio 2026, ID 2024898401851044138, dice tutto con poche parole taglienti:
> Troupe di “È sempre Cartabianca” aggredita da un 18enne sudamericano con cittadinanza italiana e con precedenti per reati contro la persona e il patrimonio.
> Questa volta, non erano scortati da bodyguard nordafricani?
Un’ironia feroce, ma sacrosanta. Perché la troupe di Rete 4 – programma spesso accusato di essere troppo morbido o addirittura compiacente verso certe narrazioni buoniste – è stata aggredita proprio mentre documentava l’attività di volontari che aiutano i senzatetto nella “zona rossa” della stazione di Padova. E l’aggressore? Un 18enne di origine sudamericana, naturalizzato italiano, già noto alle forze dell’ordine per reati violenti e contro il patrimonio, senza fissa dimora, libero di seminare terrore.
I fatti, confermati da molteplici fonti, sono inequivocabili: mercoledì 18 febbraio, intorno alle 20, la giornalista Serenella Bettin e l’operatore Carlo Brotto stavano girando un servizio innocuo sulle associazioni di volontariato. Il giovane li ha avvicinati urlando «Non fate riprese!», poi è passato alle mani: pugno in faccia al cameraman, calci ripetuti. Solo l’intervento della Polfer ha evitato conseguenze peggiori. Denunciato per violenza privata e percosse, gli è stato inflitto un Daspo urbano. Ma per un soggetto con precedenti del genere, è una misura ridicola, una pacca sulla spalla.
E qui entra in scena l’ironia più amara, quella che fa male ai paladini del multiculturalismo a senso unico. Quei giornalisti e opinionisti di sinistra che da anni difendono a spada tratta l’immigrazione indiscriminata, che minimizzano i reati commessi da stranieri naturalizzati, che gridano al razzismo ogni volta che si parla di revoca della cittadinanza per delinquenti, che invocano “integrazione” mentre le nostre città affondano nel degrado. Ora tocca a loro: la troupe aggredita era lì per mostrare il “lato umano” del fenomeno, per intervistare volontari che – spesso con buona fede – assistono proprio quel mondo di marginalità importata che genera violenza. E chi li ha colpiti? Uno di “loro”, uno di quelli che la sinistra mediatica descrive come “vittime del sistema”, bisognosi solo di più accoglienza e meno controlli.
Dove sono ora i difensori d’ufficio? Dove sono le firme che su La Repubblica o su altri quotidiani progressisti scrivono editoriali contro le “zone rosse” come misure securitarie repressive? Dove sono quelli che accusano di xenofobia chi denuncia il legame tra immigrazione incontrollata e insicurezza? Silenzio assordante, o al massimo condanne generiche alla violenza, senza mai nominare l’origine del problema. Perché ammettere che l’aggressore è un sudamericano naturalizzato significherebbe ammettere il fallimento totale delle politiche di integrazione forzata, delle concessioni facili alla cittadinanza, delle porte aperte che trasformano delinquenti in “nuovi italiani”.
La “zona rossa” prorogata proprio quel giorno dal prefetto? Una presa in giro, come dimostrano i fatti: violenza sotto gli occhi di tutti, proprio nell’area “blindata”. E i volontari? Quelli che aiutano i senza tetto – spesso immigrati irregolari – finiscono per fare da scudo involontario a chi poi aggredisce chi li filma. Un circolo vizioso alimentato da ideologia buonista.
Basta ipocrisie. È ora di smetterla con le favole: non tutti gli immigrati sono vittime innocenti, e concedere la cittadinanza a chi ha un passato criminale è un regalo avvelenato alla società. Revoca immediata per i naturalizzati che delinquono, espulsioni accelerate, pene certe senza sconti. Altrimenti, le aggressioni continueranno, e la prossima volta potrebbe toccare a qualcuno di quei giornalisti che oggi tacciono per non smentire la propria narrazione. L’ironia di Totolo è crudele, ma vera: questa volta non c’erano “bodyguard nordafricani” a proteggerli. E forse, dopo questa lezione, capiranno che la sicurezza non si difende con slogan, ma con fermezza. Prima che sia troppo tardi per tutti.


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