Baby islamici progettavano strage in un centro commerciale
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**FRANCIA IN GINOCCHIO: DUE SEDICENNI ISLAMICI DI SECONDA GENERAZIONE ARRESTATI PER TENTATA STRAGE AL CENTRO COMMERCIALE – L’ISLAMIZZAZIONE È QUI, ORA, E CI UCCIDERÀ TUTTI**
Due ragazzi di appena 16 anni, nati e cresciuti in Francia, figli di immigrati islamici di prima generazione. Non clandestini sbarcati ieri, non “poveri rifugiati”. No. Francesi sulla carta, jihadisti nel cuore. Uno dei due, il “leader”, ha confessato alla Procura nazionale antiterrorismo di voler colpire un megastore di Lille, rubare un’arma e far saltare in aria tutto. Se non ci fosse riuscito, piano B: una sala concerti. Esattamente come a Manchester o al Bataclan. Ha comprato prodotti chimici per testare esplosivi in casa. L’altro minorenne sapeva tutto, lo ha incitato, ha rafforzato la sua rabbia. Entrambi fermati, uno in custodia cautelare, l’altro sotto controllo giudiziario. Accusa: associazione a delinquere finalizzata a crimini contro le persone.
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La notizia è di oggi, ma è la stessa di ieri, di domani, di sempre. E il procuratore Olivier Christen, che non può più nascondersi dietro il politically correct, lo ammette nero su bianco: «Da quattro o cinque anni osserviamo un netto abbassamento dell’età delle persone incriminate, con soggetti per lo più sotto i 20 anni e ormai molti minorenni». 22 minori incriminati solo nel 2025 per reati di terrorismo. Gli adolescenti rappresentano un terzo delle procedure aperte e il 20% di tutte le persone indagate. Profili isolati, problemi a scuola, malessere trasformato in odio contro la società che li ha accolti, nutriti, istruiti.
E sapete chi li radicalizza? Non servono più imam barbuti in moschea o viaggi in Siria. Basta TikTok e Telegram. Algoritmi che, appena cerchi violenza, ultraviolenza, ti spingono dritto verso la propaganda jihadista. «La società vi odia, attaccatela». Le organizzazioni terroristiche non hanno più bisogno di contatti diretti: bastano i video, i meme, i sermoni online. Il passaggio all’atto è promosso “ovunque, con qualsiasi mezzo”. E questi ragazzi, nati in Europa, figli di chi è arrivato con la scusa dell’integrazione, rispondono in massa.
Questo è il vero volto della seconda generazione islamica. Non quella che “si integra”. Quella che odia. Quella che parla francese ma sogna il califfato. Quella che va a scuola con i nostri figli e intanto progetta di sgozzarli o farli esplodere mentre comprano le scarpe da Nike. Non è “radicalizzazione improvvisa”. È il frutto avvelenato di trent’anni di immigrazione di massa senza controllo, di multiculturalismo suicida, di buonismo che ha permesso moschee, halal, veli, sharia nei quartieri, mentre noi pagavamo tutto con le nostre tasse.
In Francia – e domani in Italia, in Belgio, in Germania, in Svezia – l’Islamizzazione non è più un rischio: è una realtà quotidiana. I figli degli immigrati musulmani non diventano francesi, diventano soldati di Allah. Crescono nella rabbia identitaria, nel vittimismo, nel rifiuto dell’Occidente “decadente”. E quando l’Occidente gli ha dato tutto – diritti, welfare, libertà – loro rispondono con il kalashnikov o con le bombe fatte in casa.
Olivier Christen parla di “individui senza legami diretti con organizzazioni terroristiche” ma ispirati dalla propaganda. Traduzione: lupi solitari cresciuti tra noi. Il lupo non viene dalla foresta. Il lupo nasce nei nostri sobborghi, nelle nostre scuole, nelle nostre città. E noi continuiamo a fare finta di niente.
Basta. È ora di dirlo chiaro e forte: la seconda generazione islamica è il cavallo di Troia dell’Islamizzazione d’Europa. Non si integra perché non vuole integrarsi. Vuole conquistare. E lo sta facendo con i nostri figli, con i nostri adolescenti che, invece di sognare un futuro, sognano il martirio e il sangue degli infedeli.
Se non fermiamo subito questa invasione demografica, culturale e religiosa, non ci saranno più “procedure antiterrorismo”. Ci saranno solo stragi. E i prossimi sedicenni jihadisti non saranno più fermati in tempo. Saranno i nostri carnefici.
L’Europa sta morendo. E i suoi assassini sono nati qui.


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