Rogoredo: e alla fine arrestano il poliziotto che ha ucciso lo spacciatore africano

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By V febbraio 23, 2026 12:39

Rogoredo: e alla fine arrestano il poliziotto che ha ucciso lo spacciatore africano

Parliamo della stessa procura che indaga Articolo 52 e Corona. Non ci sorprende che arrestino il poliziotto.

**Rogoredo: Fermato il Poliziotto che ha Ucciso il Pusher. Non un Eroe, ma Comunque Ci Ha Liberato da un Pericoloso Spacciatore**

**Milano, 23 febbraio 2026** – Non lo chiamiamo eroe. La legge è legge, e se Carmelo Cinturrino ha sbagliato procedure o ha ecceduto, dovrà risponderne fino in fondo. Ma di fronte al fermo di stamane, con l’accusa di omicidio volontario, è onesto dire una cosa semplice e netta: quel colpo di pistola ha tolto di mezzo un pericoloso spacciatore che da anni avvelenava Rogoredo, spacciava morte nei boschi e contribuiva al degrado di un quartiere diventato simbolo dell’abbandono delle nostre periferie.

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L’assistente capo del commissariato Mecenate è stato fermato intorno alle 8.30 nel parcheggio dove fino a oggi prestava servizio. Nessuna resistenza, come ha confermato il capo della Squadra Mobile Alfonso Iadevaia in conferenza stampa. L’uomo era già disarmato e fuori dalle operazioni operative: la macchina si era messa in moto da tempo. Il decreto di fermo, firmato dal procuratore capo Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia, parla di sparo “coscientemente e volontariamente” senza “qualsivoglia causa di giustificazione”. Eppure i testimoni descrivono Mansouri, 28enne marocchino, mentre prima minacciava di lanciare una pietra da circa 30 metri e poi tentava la fuga. In un bosco fitto, di notte, contro un pusher che l’agente conosceva di vista e con cui c’erano state “ruggini” pregresse, quella distanza non è carta geografica: è adrenalina, pericolo percepito, reazione umana.

La Procura insiste sul ritardo di 23 minuti nella chiamata ai soccorsi: Cinturrino aveva rassicurato i colleghi dicendo di aver già avvisato centrale e 118. Errore grave? Sì, se confermato. Ma chi ha mai vissuto una sparatoria sa che in quei secondi la testa non ragiona come in un verbale. Mansouri è arrivato ancora vivo all’arrivo dei soccorsi e poi è morto: una tragedia, non una esecuzione a sangue freddo.

Sulla pistola a salve trovata accanto al corpo non c’è DNA della vittima, ma ci sono tracce genetiche di Cinturrino. Per gli inquirenti è depistaggio. Per chi conosce la realtà di Rogoredo è il gesto di un poliziotto che, dopo aver neutralizzato la minaccia, ha cercato di far capire a tutti che non aveva sparato a un passante innocente, ma a uno che operava in quel inferno di droga. Le telecamere mostrano un collega con uno zaino: un dettaglio da chiarire, non la prova di un complotto.

Le indagini continuano sul “contesto”, sulle voci di pizzo, sulla conoscenza pregressa tra i due. Tutto va verificato con rigore. Ma non cambia la sostanza: Abderrahim Mansouri era un pusher attivo, uno di quelli che telefonava agli amici “scappa, c’è la madama” mentre la polizia arrivava. Uno di quelli che ogni giorno rifornivano tossicodipendenti, rovinavano famiglie, tenevano in ostaggio un pezzo di Milano.

La Polizia di Stato, con il questore Bruno Megale, ha usato parole chiare: “nessun corporativismo”, “mele marce”, indagine interna avviata. Bene. È la dimostrazione che le forze dell’ordine sanno fare pulizia da sole, senza bisogno di lezioni da fuori. Il procuratore Viola parla di “amarezza” ma anche di rigore: lo stesso rigore che però, troppe volte, sembra più severo verso chi indossa la divisa che verso chi spaccia morte.

Non stiamo santificando Carmelo Cinturrino. Non è un eroe da film. È un assistente capo che ha scelto la strada più dura, quella dei boschi di Rogoredo, dove altri preferiscono stare in ufficio. E il risultato concreto, al di là di tutte le procedure violate o meno, è uno spacciatore in meno sulle nostre strade.

L’indagine non è conclusa, dicono. Perfetto. Che vada avanti con equità, senza fare di un poliziotto di strada il capro espiatorio per nascondere anni di tolleranza verso il narcotraffico. Perché mentre si discute di DNA e di minuti di ritardo, i veri trafficanti continuano a lavorare indisturbati, i centri di accoglienza diventano basi logistiche e i ragazzi continuano a rovinarsi nei boschi.

Non un eroe, quindi. Ma un uomo che, quel 26 gennaio, ha comunque liberato la società da un pericolo concreto. E questo, in un’Italia stanca di degrado, conta. La verità deve emergere senza pregiudizi. E chi combatte in prima linea merita almeno di non essere trattato peggio di chi la droga la vende.

Rogoredo: e alla fine arrestano il poliziotto che ha ucciso lo spacciatore africano ultima modifica: 2026-02-23T12:39:01+00:00 da V
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