Rogoredo, la versione del poliziotto che ha ucciso uno spacciatore
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Noi continuiamo a non essere dispiaciuti se lo spacciatore è morto. Se questo ha salvato anche una sola vita è stata cosa buona e giusta. Poi, le responsabilità del poliziotto sono un’altra cosa. Ma chi piagnucola per lo spacciatore ha problemi. Seri.
**Rogoredo, 23 febbraio 2026 – Aggiornamento**
**Cinturrino davanti al gip: “Quando ho visto che stava morendo ho perso la testa”. La versione del poliziotto: ha ammesso gli errori, negato il pizzo. Ma la vittima resta uno spacciatore, non un santo**
**Milano** – Carmelo Cinturrino non si è nascosto. Oggi, nel carcere di San Vittore, davanti al gip Domenico Santoro, l’assistente capo del commissariato Mecenate ha parlato. Ha guardato in faccia le sue responsabilità e ha detto parole chiare: «Quando ho visto che stava morendo, ho perso la testa».
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Come riferito dal suo avvocato Piero Porciani, il poliziotto ha ammesso i suoi errori, ha chiesto scusa a chi si è fidato di lui e a tutti quelli che indossano la divisa: «Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia». Ha confessato di aver piazzato la pistola a salve accanto al corpo perché temeva le conseguenze di quanto accaduto e di aver mandato un collega a prendere lo zaino. Ma ha negato con forza di aver mai chiesto il pizzo agli spacciatori.
È la versione di un uomo che ha sbagliato, che lo riconosce e che non cerca giustificazioni da eroe. Non è un superpoliziotto da film. È un assistente capo che per anni ha lavorato nel fango di Rogoredo e che, quel 26 gennaio, davanti a un pusher che conosceva, ha premuto il grilletto.
E qui sta il punto che i teleminchioni e i santificatori di professione continuano a fingere di non vedere: Abderrahim Mansouri, 28enne marocchino, era uno spacciatore di professione. Non un “giovane disperato in cerca di futuro”. Non un innocente che passava di lì. Era uno che riforniva di morte decine di tossicodipendenti italiani e stranieri nei boschi di Rogoredo. Uno che, mentre arrivava la polizia, telefonava agli amici «scappa, c’è la madama». Uno con cui Cinturrino aveva già avuto “ruggini” in passato. Uno che, anche secondo le stesse indagini, aveva minacciato di lanciare una pietra prima di tentare la fuga.
Cinturrino ha sbagliato, ha perso la testa quando ha capito che lo spacciatore stava morendo. Perché consapevole che gli spacciatori stranieri sono la vacca sacra delle toghe rosse. E lo ha ammesso. Pagherà per questo. Ma trasformare questa storia in una crociata contro un poliziotto che ha tolto di mezzo un venditore di morte, mentre si piange il pusher come una vittima sacra, resta vergognoso.
La macchina della santificazione va avanti: foto del “ragazzo sorridente”, interviste alla famiglia che grida “omicidio razzista”, marce annunciate, cori contro “la polizia assassina”. La solita favola: il bianco con la divisa cattivo, il nero povera vittima indifesa. Peccato che il “povero vittima” fosse uno spacciatore seriale in una zona diventata simbolo del degrado più totale.
Cinturrino non chiede medaglie. Chiede solo che venga riconosciuta la realtà: Rogoredo è un campo di battaglia, non un parco giochi multietnico. E lui, quel giorno, ha comunque eliminato un pericolo concreto per la società e non Biancaneve, anche se ha commesso errori che ora riconosce.
L’indagine continua. Bene. E siamo certi non andrà avanti con la tipica indulgenza riservata a chi spaccia morte. Ma l’Italia vera – quella che ogni sera ha paura a far uscire i figli – sa distinguere: Cinturrino ha sbagliato da uomo, Mansouri spacciava da delinquente. Uno ha tradito la divisa, l’altro tradiva la vita degli altri ogni giorno.
La verità è uscita oggi dalle parole dello stesso poliziotto. Non sarà quella che i buonisti vogliono vendere. E noi continueremo a dirla senza paura.


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