Rogoredo, poliziotto resta in carcere: potrebbe uccidere altri spacciatori
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**Rogoredo, Cinturrino resta in carcere: potrebbe uccidere altri spacciatori**
**Milano** – Il gip Domenico Santoro ha deciso: Carmelo Cinturrino resta in carcere. Non ha convalidato il fermo, ma ha disposto la custodia cautelare perché contro di lui ci sono «fatti allarmanti»: è un «poliziotto violento e fuori dalle regole» che «ha sparato per uccidere Mansouri, nessun dubbio». Tradotto: meglio tenerlo dentro, perché questo qui, una volta fuori, potrebbe continuare a fare quello che ha fatto il 26 gennaio… cioè togliere di mezzo altri spacciatori.
Sì, avete letto bene. Il pericolo pubblico numero uno di Milano non è il pusher marocchino che avvelenava i boschi di Rogoredo, ma il poliziotto che lo ha fermato per sempre.
Oggi davanti al gip, nel carcere di San Vittore, Cinturrino ha parlato. Senza fare l’eroe, senza piangersi addosso. Ha detto la verità nuda e cruda:
«Ero terrorizzato. Correvo avanti e indietro perché mi sono reso conto di quello che avevo fatto, che avevo fatto un casino… La pistola l’ho posizionata a terra a circa 15 centimetri dal corpo. Serviva a provare a pararmi».
Ha ammesso di aver piazzato la pistola a salve per difendersi dalle conseguenze. Ha negato di aver toccato il corpo («È caduto faccia in avanti e poi si è girato ma io non l’ho toccato, io non l’ho toccato il corpo») e di aver visto la pietra in mano a Mansouri. Ha spiegato di non conoscere personalmente il 28enne marocchino («Non l’avevo mai visto dal vivo»).
E poi si è difeso da uomo che per anni ha indossato la divisa con onore:
«Dalla data del mio arruolamento sono stato un poliziotto ben visto, mai preso una sanzione disciplinare, mi hanno riconosciuto titoli, ho avuto sempre la stima di tutti. Non ho mai lavorato con i confidenti. Non ho mai avuto contatti con persone di qualsiasi genere, mai effettuato una telefonata con un marocchino, con una persona che mi potesse compromettere. Gli altri possono fare le loro dichiarazioni, ma io dichiaro che sono menzogne. Tanti colleghi mi hanno chiamato, non sono entrati nel merito dei fatti, ma sulle infamità mi hanno detto di essere incazzati perché è un’assurdità. Io in macchina lavoravo sempre in due. Ho fatto arresti con tutti. Tutti volevano venire in macchina con me per cercare di imparare qualcosa. Non ho mai fatto uso di stupefacenti».
Parole di un poliziotto di strada che ha sempre fatto il suo dovere nel fango di Rogoredo. Parla, ammette gli errori di gestione della scena, chiede scusa alla divisa che ha tradito in quel momento di panico. Ma il gip non ci sente: per lui Cinturrino è “fuori dalle regole” e quindi deve restare dentro.
Intanto Abderrahim Mansouri continua a essere santificato dai teleminchioni, dalle associazioni, dagli imam e dai soliti intellettuali da salotto. Il “povero migrante ucciso” era in realtà un pusher di professione, uno che riforniva di morte decine di tossicodipendenti italiani e stranieri, uno che operava nella giungla di Rogoredo dove ogni giorno si distruggono vite.
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Ma questo il gip non lo scrive nell’ordinanza. Scrive che Cinturrino «ha sparato per uccidere». Come se togliere di mezzo un venditore di morte fosse il crimine per antonomasia e non averlo lasciato in Italia a spacciare nonostante anni di reati.
Cinturrino resta in carcere. Non perché sia un pericolo per i cittadini onesti, ma perché potrebbe – orrore degli orrori – “uccidere altri spacciatori”.
L’Italia vera continua a guardare sconcertata anche se silente: un poliziotto che ha sbagliato e lo ammette finisce in gabbia, mentre i veri narcos girano liberi, i centri di accoglienza diventano basi di spaccio e Rogoredo resta la giungla che è sempre stata.
La verità è una sola: Carmelo Cinturrino ha sbagliato: ma ha eliminato un pericolo concreto per la società, non una persona perbene. Ha sbagliato i tempi, ha perso la testa, ha cercato di pararsi il culo. Pagherà. Ma tenerlo in carcere con la motivazione che “potrebbe colpire ancora” è la confessione più chiara di quanto questo sistema abbia completamente perso il contatto con la realtà delle nostre strade.


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