Rogoredo, festa tra gli spacciatori dopo arresto poliziotto: “Era il nostro incubo”
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**Rogoredo: Festa tra gli spacciatori per l’arresto di Cinturrino. “Quello sbirro ci odiava e ci menava sempre” – La prova che faceva il suo dovere**
**Milano, mercoledì 25 febbraio 2026** – C’era da aspettarselo. Appena Carmelo Cinturrino finisce in carcere, nel bosco della droga di Rogoredo scoppia la festa. Tra rifiuti, siringhe usate e dosi nascoste, gli spacciatori marocchini e africani brindano. Finalmente “Luca” – il nome di battaglia dell’assistente capo – è fuori dai giochi. Lo raccontano loro stessi, con la solita faccia tosta, alla inviata di Repubblica Brunella Giovara, che va a raccogliere le loro lamentele sul poliziotto cattivo.
“Botte e minacce, quello sbirro ci odiava ed era sempre con un discepolo”. “Il metodo di Luca? Menare sempre”. “Con lui c’era un discepolo”.
Parole testuali dei pusher che da anni tengono in ostaggio il bosco di Rogoredo, trasformandolo in una giungla di morte per i ragazzi italiani. E mentre Repubblica dà loro la prima pagina come se fossero poveretti perseguitati, loro confessano candidamente: lo spaccio non si è mai fermato, ma con Cinturrino era dura. Perché lui non girava con le mani in mano. Menava. Minacciava. Faceva il poliziotto vero, non quello da scrivania o da politically correct.
Tradotto: Cinturrino era il loro incubo. Quello che, a differenza delle accuse, non pare si facesse corrompere. Non chiudeva un occhio, non passava dall’altra parte. Aveva un “discepolo” (probabilmente un collega giovane che imparava il mestiere sul campo) e insieme facevano paura. Per i trafficanti di morte questo è un crimine imperdonabile. Per noi cittadini normali è esattamente quello che dovrebbe fare ogni agente in una zona diventata simbolo del fallimento dello Stato.
E invece no: il gip lo tiene in carcere perché “potrebbe uccidere altri spacciatori”. La Procura lo dipinge come un violento fuori controllo. Alcuni colleghi impauriti lo scaricano. E Repubblica va a intervistare gli spacciatori perché piangano la loro “vittima” Mansouri.
Ma guardate la realtà: mentre “Luca” era in servizio, i pusher dovevano guardarsi le spalle. Oggi tornano a spacciare tranquilli tra le siringhe. I tossicodipendenti italiani continuano a rovinarsi. Le famiglie piangono i figli morti di overdose. E il bosco resta la fogna che è sempre stato.
Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso il 26 gennaio, era uno di loro. Non un angioletto, non un “ragazzo che cercava di sopravvivere”. Un pusher professionista.
Cinturrino ha sbagliato? Lo ha ammesso lui stesso: ha perso la testa, ha piazzato la pistola per pararsi il culo, ha gestito male i soccorsi. Pagherà, come deve essere. Ma sentire gli spacciatori che festeggiano il suo arresto è la conferma più lampante che stava facendo il lavoro sporco che nessuno vuole fare.
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La sinistra e i buonisti gridano allo scandalo: un poliziotto che mena i pusher? Orrore! Meglio lasciarli spacciare in pace, tanto la droga la prendono “i soliti”. Peccato che i “soliti” siano i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri amici.
Rogoredo non è un parco multietnico. È un campo di battaglia. E Cinturrino era uno dei pochi che ci combatteva davvero.
Gli spacciatori possono festeggiare oggi. Ma l’Italia che lavora, che paga le tasse e che ha paura a far uscire i figli la sera, sa da che parte stare.


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