Ultras assaltano centro accoglienza e campi rom dopo molestie: indagati per ‘odio razziale’
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**Ultras del Roseto basket finiti agli arresti per “pestaggi razziali” pianificati contro il Cas: l’ennesima inchiesta che ignora il degrado e colpisce chi, dopo mesi di furti e molestie, ha osato alzare la voce**
È l’ennesima dimostrazione di come la magistratura italiana sappia essere rapidissima quando si tratta di reprimere reazioni popolari, mentre resta spesso immobile di fronte al degrado quotidiano che quei territori subiscono. Questa mattina i carabinieri del Nucleo investigativo di Teramo hanno eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare (una in carcere e tre ai domiciliari) emesse dal Gip di Teramo nei confronti di un gruppo di ultras del Roseto basket. Agli indagati – in tutto 17 persone finite nel fascicolo – vengono contestati reati gravi: istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, lesioni personali, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, accensione pericolosa di fuochi, porto abusivo di armi e violazione del Daspo. Obbligo di dimora per altri quattro.
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L’inchiesta, definita dagli inquirenti “un vaso di Pandora” sulle attività extrasportive del gruppo, avrebbe accertato progetti di aggressioni a sfondo razziale contro immigrati e rom, con obiettivo dichiarato anche il centro di accoglienza locale (Cas) di Roseto degli Abruzzi. I militari parlano di un’aggressione pianificata, ma ammettono candidamente che il lavoro investigativo è stato reso difficile dal “timore di ritorsioni” che ha impedito a molti giovani stranieri, alcuni ospiti proprio del Cas, di denunciare gli episodi.
E qui emerge il paradosso che i cittadini di Roseto e di tanti altri comuni italiani vivono ogni giorno. Perché prima di arrivare alle misure cautelari di oggi, per mesi il territorio ha dovuto fare i conti con ripetute segnalazioni di furti, molestie e microcriminalità proprio nelle zone limitrofe al Cas. Episodi che hanno creato un clima di esasperazione diffusa tra i residenti, esasperazione che – secondo l’impostazione dell’inchiesta – avrebbe spinto alcuni a “organizzarsi” fuori dagli stadi. La Procura e il Gip hanno scelto la linea dura: contestano discriminazione razziale e istigazione all’odio, come se il problema fosse solo il colore della pelle di chi reagisce e non il contesto di insicurezza che ha preceduto tutto.
I fatti parlano chiaro: un centro di accoglienza che, come tanti altri in Italia, finisce per diventare un punto di attrazione per situazioni di degrado, con le forze dell’ordine spesso costrette a rincorrere emergenze invece di prevenire. E la magistratura? Invece di chiedersi perché un intero quartiere arrivi a sentirsi abbandonato, preferisce aprire fascicoli per “odio razziale” contro chi, stanco di subire, ha pensato di difendere il proprio territorio. La stessa logica che abbiamo visto troppe volte: quando sono gli irregolari a delinquere, si parla di “emergenza sociale”; quando sono gli italiani a protestare o a organizzarsi, scattano subito le misure cautelari e le accuse pesanti.
È la giustizia a due velocità che ormai conosciamo bene:
– Tolleranza massima per chi occupa abusivamente, ruba o molesta.
– Mano di ferro per chi, dopo aver visto le proprie strade insicure, osa alzare la testa.
Il Gip di Teramo ha deciso di intervenire con arresti e domiciliari proprio mentre i residenti di Roseto continuano a convivere con le conseguenze di un’accoglienza senza regole e senza controllo. Non una parola, nelle carte dell’inchiesta, sulle responsabilità di chi gestisce i Cas, sulle espulsioni mai eseguite, sulle denunce di furti e molestie finite nel nulla. Solo il “vaso di Pandora” sulle presunte intenzioni degli ultras.
Questa operazione arriva in un momento in cui l’Italia intera chiede conto alla magistratura di scelte che sembrano sempre più orientate a proteggere il sistema dell’accoglienza piuttosto che i cittadini. La pacchia per chi sfrutta il buonismo ideologico sta finendo, ma le toghe continuano a colpire nella direzione sbagliata: non chi crea il problema, ma chi è costretto a subirlo.
Il 22 e 23 marzo i cittadini hanno ancora una possibilità di dire basta. Votare Sì al referendum significa separare le carriere dei magistrati, sorteggiare il CSM e istituire un’Alta Corte disciplinare vera: basta con i pm padroni dei giudici, basta con le correnti che premiano l’impunità per gli uni e la severità per gli altri. Il Sì è l’unico strumento per restituire alla giustizia il ruolo di proteggere chi lavora, chi paga le tasse e chi vuole vivere in sicurezza nel proprio Paese.
Roseto degli Abruzzi non è un caso isolato. È lo specchio di un’Italia stanca di essere presa in giro. La vera sicurezza non si ottiene arrestando chi reagisce al degrado: si ottiene fermando il degrado alla radice. E per farlo serve una magistratura che guardi in faccia la realtà, non che la processi solo quando a protestare sono gli italiani.


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