Iran chiude Hormuz, boom prezzi fertilizzanti: verso costi del cibo alle stelle
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**Guerra in Iran e blocco dello Stretto di Hormuz: l’urea schizza del +30% e l’agricoltura italiana rischia il colpo di grazia**
Se la guerra in Iran non finisce presto, i prezzi alimentari stanno per esplodere. Lo spot dell’urea è +30% da quando è iniziato il conflitto perché il 50% del prodotto transita dallo Stretto di Hormuz. Il grafico allegato mostra il balzo da circa 450 a 585 dollari per tonnellata tra fine febbraio e inizio marzo. In soli 12 giorni di ostilità (iniziate intorno al 28 febbraio con gli attacchi Usa-Israele e la reazione iraniana) il prezzo FOB dell’urea granulare dal Medio Oriente è passato da 480 a 680 dollari/t (+41,6%), secondo i dati CME Group e CRU Group riportati da AgroNotizie.
If the war in Iran doesn't end soon, food prices are about to skyrocket. Spot Urea +30% since the war began because 50% of urea moves through the Straits. pic.twitter.com/EGCyEvHT5y
— The_Real_Fly (@The_Real_Fly) March 11, 2026
L’Italia, seconda potenza agricola europea per valore aggiunto (oltre 40 miliardi di euro annui) e con un export agroalimentare da record vicino ai 73 miliardi nel 2025, è particolarmente esposta. I fertilizzanti azotati rappresentano già il 15-30% dei costi di produzione nelle nostre aziende, e i prezzi sono ancora del +46% rispetto al 2022 per gli effetti della guerra in Ucraina. Ora arriva il nuovo shock.
### Perché l’urea è strategica e quanto pesa sul Made in Italy
L’urea è il concime azotato più usato al mondo: fornisce il 46% dell’azoto necessario e senza di esso, ad esempio, il mais da granella perde fino al 41% del valore di produzione (dati AgroNotizie). Il Golfo Persico – Qatar, Iran, Arabia Saudita ed Emirati – produce il 45% dell’urea mondiale proprio grazie all’abbondanza di gas naturale. Quasi metà del commercio marittimo globale di questo fertilizzante (55-60 milioni di tonnellate annue) passa dallo Stretto di Hormuz.
L’Italia importa la quasi totalità dei fertilizzanti azotati (l’UE ha importato 5,9 milioni di tonnellate di urea nel 2024). Le principali fonti sono Egitto, Algeria e, in misura rilevante, il Medio Oriente. Non ci sono ancora carenze strutturali, ma i listini italiani sono già in fiamme: alla Borsa Merci di Torino l’urea agricola 46% ha toccato 665 euro/tonnellata il 5 marzo (+14% in una settimana e +24% da inizio anno). A questo si aggiunge il caro-gasolio agricolo (+40% in pochi giorni per il blocco delle rotte petrolifere) e il gas naturale europeo (+45% in 48 ore).
### L’allarme delle organizzazioni agricole
Coldiretti, tramite il presidente Ettore Prandini, è stata la prima a suonare la sirena: «Prevediamo ulteriori rincari sia sul fronte energetico sia su quello dei fertilizzanti e dei concimi chimici. Da queste aree proviene oltre il 25% della disponibilità globale e più del 33% dei fertilizzanti utilizzati nel mondo: eventuali interruzioni avrebbero un impatto diretto sia sui costi sia sulla disponibilità dei prodotti. Le conseguenze sarebbero inevitabili: aumento dei costi di gestione lungo tutta la filiera agroalimentare e, a cascata, crescita dei prezzi per cittadini e consumatori».
Cristian Maretti (Legacoop Agroalimentare) ha parlato di «tassa occulta sulla produzione», mentre Confagricoltura e Cia sottolineano il doppio fronte: energia + fertilizzanti. Il timing è drammatico: siamo in piena stagione di semine primaverili (mais, grano, ortofrutta in serra). Ridurre l’uso di urea per contenere i costi significherebbe minori rese e qualità inferiore, con effetti che si vedranno già sui raccolti 2026.
### Effetti a catena: prezzi alimentari, export e inflazione
Il rischio è duplice:
1. **Prezzi al consumo** — I rincari si trasmettono rapidamente su pane, pasta, riso, verdure e prodotti trasformati. Analisi Rabobank e International Food Policy Research Institute parlano di possibili +20-70% sui prezzi alimentari globali entro 12 mesi; in Italia, già provata dall’inflazione, l’impatto potrebbe essere amplificato dalla dipendenza energetica.
2. **Export** — Il Medio Oriente assorbe quote importanti del nostro Made in Italy deperibile: mele (Arabia Saudita terzo mercato, 70 milioni di euro), ortofrutta, IV gamma, vino e prosecco. Confagricoltura segnala navi ferme, ordini annullati e perdite potenziali per circa 2 miliardi di euro se il blocco si prolunga. I prodotti freschi rischiano di marcire nei porti o nei magazzini.
### Le contromisure (finora insufficienti)
La Commissione Europea, su spinta italiana (ministro Lollobrigida), ha proposto la sospensione temporanea dei dazi MFN su ammoniaca e urea (escluse Russia e Bielorussia), con un risparmio stimato di 60 milioni di euro. Coldiretti chiede anche di sospendere subito il CBAM (Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere) sui fertilizzanti, che dal 2026 rischia di aggiungere fino a 50 euro/tonnellata sull’urea importata.
Ma queste sono palliativi. Senza riapertura rapida dello Stretto di Hormuz o diversificazione urgente delle fonti (difficile nel breve termine), gli agricoltori italiani si troveranno davanti a margini azzerati o a scelte drastiche: meno concimazioni = meno produzione; passaggio dei costi = inflazione da cibo.
### Conclusione: non è solo un problema di petrolio
La guerra in Iran non minaccia solo le pompe di benzina, ma i campi italiani. L’urea non è una commodity qualunque: è il pilastro della produttività agricola moderna. Se il conflitto si protrae oltre la primavera, il “Made in Italy” a tavola – già il più caro d’Europa – rischia un nuovo balzo di prezzo proprio mentre le famiglie combattono con l’inflazione. L’appello delle associazioni agricole è chiaro: cessate il fuoco urgente e piani di emergenza europei per le scorte strategiche di fertilizzanti. Altrimenti, il prezzo lo pagheremo tutti, dal campo alla tavola.


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