Islamici chiudono le donne nei recinti a Roma
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**Donne islamiche nei recinti per la preghiera: ci risiamo. L’islamizzazione avanza a passo di carica nelle nostre città**
Ci risiamo. Ancora una volta, le piazze e i parchi italiani si trasformano in moschee a cielo aperto, con tanto di recinti improvvisati per le donne. Non è un’immagine del Medioevo o di un paese sotto sharia: è l’Italia del 2026, dove la “festa della fine del Ramadan” (Eid al-Fitr) ha visto migliaia di fedeli musulmani occupare spazi pubblici – autorizzati dalle istituzioni – mentre le donne venivano confinate dietro teli, reti e barriere come in un pollaio.
A Roma, in Piazza dei Consoli sulla Tuscolana (zona Don Bosco), l’amministrazione Gualtieri ha concesso il suolo pubblico per un raduno di massa. Le immagini e i video che girano mostrano chiaramente la scena: gli uomini pregano liberi, rivolti verso la Mecca, mentre le donne sono relegate in “ghetti di tela”, recinti oscuranti che le emarginano e impediscono loro persino di guardare gli uomini in preghiera. Stessa storia a Prato, dove la diocesi ha aperto i giardini di San Domenico a 500 fedeli bengalesi, pakistani e marocchini, rinnovando un “patto di amicizia” con le comunità islamiche. E non è un caso isolato: il copione si ripete da anni, dal Ramadan 2024 a Centocelle (dove Rampelli parlò di “rete da pollaio”) fino all’Eid al-Adha 2025 a Roma, Mestre e altre città.
Fabrizio Santori, capogruppo Lega al Campidoglio, non ha usato giri di parole: «Donne chiuse nei recinti per non disturbare gli uomini, ancora una volta testimoniano disprezzo e sessismo, violenza ed emarginazione. Comportamenti dai quali la nostra civiltà cerca ogni giorno di emanciparsi definitivamente sono invece riproposti senza vergogna, né alcuna protesta davanti agli occhi di migliaia di persone. E anzi avallati dai permessi dell’amministrazione».
Silvia Sardone, vicesegretario della Lega ed europarlamentare, ha denunciato più volte lo stesso scandalo: «Uno scenario che si ripete, come già accaduto durante il Ramadan, e che rivela la scarsa considerazione delle donne in molte comunità islamiche. È inaccettabile che, in Italia, tante donne siano costrette a subire simili forme di segregazione: veli imposti, preghiere dietro barriere, matrimoni combinati e spesso una vita priva di libertà». Dove sono finite le femministe di “Non una di meno” e la sinistra paladina dei diritti delle donne? Silenzio assordante. Il patriarcato occidentale è il nemico, quello islamico viene importato e giustificato come “tradizione culturale”.
Questa non è libertà di culto: è l’imposizione di norme shariatiche sul suolo italiano. La separazione rigida tra uomini e donne durante la preghiera collettiva non è scritta esplicitamente nel Corano, ma è diventata prassi nelle comunità più conservatrici. E mentre in Europa si discute di integrazione, qui assistiamo alla creazione di società parallele: piazze trasformate in moschee, statue di Gesù coperte (come a Monfalcone), giardini di chiese concessi e, dulcis in fundo, recinti per nascondere le donne. L’articolo 3 della Costituzione parla chiaro: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale». Ma per una parte crescente di immigrati musulmani, evidentemente, vale solo la sharia.
È l’islamizzazione strisciante che nessuno vuole chiamare con il suo nome. Prati delle Cascine a Firenze, ex segherie a Venezia, parchi a Thiene, piazze romane: ovunque lo stesso spettacolo. Le autorità firmano permessi, i vescovi rinnovano “patti di amicizia”, la sinistra applaude il multiculturalismo. E intanto l’Italia arretra: non si tratta di “inclusione”, ma di resa. Quante concessioni ancora prima di ammettere che certe pratiche – segregazione di genere in pubblico, occupazione di spazi comuni, richieste di moschee sempre più grandi – sono incompatibili con i nostri valori?
Ci risiamo, sì. Ma la domanda è: fino a quando? È ora di dire basta alle zone franche di sottomissione. La libertà di culto è sacra, ma nel rispetto della Costituzione e della nostra identità. Altrimenti, non sarà più “ci risiamo”: sarà troppo tardi.


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