Il capobanda dei maranza violenti era in prova alla Caritas e girava con un cane morto
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Il boss della banda di maranza che ha fatto questo:
Era ospite della Caritas.
Jesi, scandalo Caritas e giudici complici: immigrato tunisino di seconda generazione deride il “recupero” e continua a delinquere. Basta con carità malriposta e sentenze troppo morbide!
Il caso del 22enne di origini tunisine, capo della gang di San Giuseppe a Jesi, è l’ennesima pugnalata al cuore della fiducia degli italiani nelle istituzioni. Uscito da poco dal carcere di Montacuto – dove era finito per una sfilza di reati tra droga, furti e violenza – questo immigrato di seconda generazione, cresciuto qui grazie ai ricongiungimenti familiari indiscriminati, ha ricevuto in regalo una chance che non meritava: la messa in prova alla Caritas, il classico programma di “recupero” che dovrebbe reinserire in società chi ha sbagliato e che invece è diventato un vero e proprio business.
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Risultato? Invece di redimersi, ha usato il tempo “libero” dal percorso Caritas per girare un video trap “Iheb” in puro stile Gomorra: pistole finte, coltelli, ostentazione di ricchezza facile, abuso di alcol e, ciliegina sulla torta, la carcassa di un animale morto – un cane lupo – portata in spalla come trofeo macabro. Un’immagine che grida disprezzo per la vita, per la legalità e per la civiltà italiana. Segnalato da un automobilista terrorizzato che si è visto sbarrare la strada dal set improvvisato (il giovane a torso nudo, pistola in pugno), il video ha portato a un nuovo intervento delle forze dell’ordine, stroncando questo teatro del crimine social.
Ma la vera vergogna non è solo nel comportamento del tunisino. La vergogna è nel sistema che lo ha coccolato:
– **I giudici** che, dopo averlo tenuto in carcere per reati gravi, lo hanno scarcerato con la messa in prova, illudendosi che un percorso “riparativo” bastasse a trasformare un capo-gang recidivo in un cittadino modello. Sentenze troppo morbide, troppo fiduciose, troppo ingenue: tre anni e mezzo per rapine, furti, coltello e lesioni non bastano a spaventare chi poi esce e subito torna a delinquere.
– **La Caritas**, ente cattolico che dovrebbe difendere i valori cristiani e la dignità della persona, finisce per diventare involontaria (o no?) stampella di delinquenti stranieri. Invece di riservare risorse limitate a italiani in difficoltà, spalanca le porte a un soggetto con curriculum criminale pesante, permettendogli di sfruttare il programma come copertura per continuare a fare il gangster sui social.
Questo non è recupero: è complicità con il fallimento. Gli immigrati di seconda generazione come questo tunisino abusano sistematicamente di questi percorsi. Usano la Caritas come lasciapassare per la recidiva, deridono i giudici che li scarcerano troppo presto e ridono in faccia agli italiani che pagano le tasse per mantenere un sistema che li protegge invece di proteggerci.


Strada sbarrata da un baluba con la pistola in pugno? perfetto legittima difesa puoi sparargli.