Code ai seggi per non turbare i trans: referendum giustizia 2026

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By V marzo 22, 2026 17:46

Code ai seggi per non turbare i trans: referendum giustizia 2026

**La deriva woke ai seggi elettorali: quando l’ideologia arcobaleno paralizza il buonsenso italiano**

Oggi, 22 marzo 2026, mentre gli italiani si recano ai seggi per il referendum sulla giustizia, molti hanno scoperto con stupore (e fastidio) una novità “inclusiva”: niente più registri divisi per uomini e donne. Al loro posto, due sole liste alfabetiche: dalla A alla L e dalla M alla Z. Una rivoluzione voluta dal Partito Democratico, con emendamento di prima firma della senatrice Cecilia D’Elia, approvata nel decreto elezioni del 2025. Motivo ufficiale? Evitare “disagi” alle persone trans e non binarie, che potrebbero sentirsi “discriminate” dovendo scegliere tra la fila maschile o femminile in base al genere anagrafico.

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Tradotto dal politichese: per accontentare una minoranza minuscola – secondo le stime più generose meno dello 0,6% della popolazione, e quella realmente non binaria o in transizione ancora meno – si è stravolto un sistema pratico, collaudato da decenni e funzionale per decine di milioni di elettori. Risultato? Code sbilanciate, scrutatori confusi, elettori in tre o quattro nella stessa fila mentre l’altra è deserta. Come testimoniano decine di segnalazioni sui social, da Siracusa a Milano, passando per il seggio di Francesca Totolo che ha denunciato per prima la follia.

È la classica deriva woke: priorità assoluta alla “sensibilità” di pochi, costi zero per chi la impone, disagi concreti per tutti gli altri. Prima le liste separate per sesso avevano un senso pratico e storico. Servivano a gestire flussi equilibrati (uomini e donne sono all’incirca il 50% ciascuno), a garantire una certa privacy in un’epoca in cui le donne potevano sentirsi a disagio in mezzo a code miste, e a mantenere una distinzione elementare basata sulla realtà biologica. Non era discriminazione: era organizzazione. Oggi, invece, si cancella tutto in nome di un’ideologia che nega l’evidenza: il sesso è binario per il 99,9% degli esseri umani. Chi non si riconosce nel proprio genere ha già strumenti (cambio anagrafico, autocertificazioni, tribunali). Non serve ribaltare il sistema per tutti.

Cecilia D’Elia, che si definisce femminista ma sposa il “transfemminismo intersezionale”, ha venduto la riforma come “passo avanti per l’autodeterminazione”. Peccato che l’unico effetto visibile sia stato il caos: scrutatrici “impapocchiate” che non capiscono più niente, file doppie o triple per lo stesso cognome, e un senso generale di irritazione. Il PD, sempre pronto a piangere “discriminazione”, ignora che la vera discriminazione è verso il cittadino medio: quello che paga le tasse, va a votare e vuole solo sbrigare una pratica in fretta, senza lezioni di gender studies al seggio.

Questa non è inclusione, è imposizione ideologica. È la stessa logica che ha portato a cambiare i bagni, gli spogliatoi, gli sport, i documenti. Si parte dal “non fa male a nessuno” e si finisce con code infinite e burocrazia impazzita. Nel frattempo, problemi reali – inflazione, sicurezza, sanità – restano intoccati. Ma per i paladini del woke l’importante è la bandierina arcobaleno: anche a costo di far perdere tempo a mezzo Paese.

Basta. È ora di dire no a questa follia. L’Italia non ha bisogno di registri “neutri” per sentirsi moderna. Ha bisogno di pragmatismo, di rispetto per la maggioranza e di tornare a distinguere la realtà dall’utopia. Altrimenti, la prossima volta divideranno anche le urne per “identità fluide” e dovremo aspettare mezz’ora solo per capire in quale fila metterci. Il buonsenso prima di tutto. Altrimenti, la deriva woke non si ferma più: divora tutto, anche la semplicità di un seggio elettorale.

Code ai seggi per non turbare i trans: referendum giustizia 2026 ultima modifica: 2026-03-22T17:46:11+00:00 da V
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