Hasa, nato a Torino nel 2004 sceglie la nazionale di Albania
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**L’Italia deve approvare (e difendere) lo ius sanguinis: perché alleviamo chi poi ci tradisce**
Luis Hasa, nato a Torino nel 2004, cresciuto nel vivaio della Juventus, convocato nelle giovanili azzurre fino all’Under 21, ha appena scelto l’Albania. Non per un ripensamento sportivo: ha formalizzato il cambio di nazionalità sulla piattaforma FIFA a fine marzo 2026. I genitori sono albanesi, lui è nato qui, ha respirato il nostro calcio, ha mangiato la nostra pasta. Eppure, quando è arrivato il momento di scegliere, ha voltato le spalle alla maglia azzurra.
E questo non è un caso isolato. È la cartina di tornasole di un problema culturale, identitario e giuridico che l’Italia continua a fingere di non vedere.
Lo ius soli – o meglio, la sua applicazione morbida e ideologica che abbiamo accettato negli ultimi decenni – ci ha portato a “allevare” generazioni di ragazzi nati sul nostro suolo che, al primo bivio, scelgono la bandiera dei genitori o dei nonni. Nel calcio succede continuamente: da Balotelli a Kean, da El Shaarawy (che però è rimasto) fino a questo Hasa. Il messaggio è chiaro: nascere in Italia non basta per sentirsi italiano. E se non basta nel calcio, figuriamoci in una guerra.
Perché domani, se mai dovessimo trovarci in un conflitto, pretendiamo che questi ragazzi – che oggi scelgono Tirana invece di Roma – combattano per noi? Oppure li vedremmo, come già è successo in altri Paesi europei, fare scelte “di pancia” basate sul sangue e non sul passaporto?
Il paradosso è grottesco: mentre in Italia discutiamo se dare la cittadinanza automatica a chi nasce qui da genitori stranieri, milioni di discendenti di italiani all’estero – in Argentina, Brasile, Stati Uniti, Australia – mantengono, difendono e vivono con orgoglio la loro italianità. **Lo sanno bene anche i giocatori della nazionale italiana di baseball che hanno stupito in America al Mondiale**: nati spesso oltreoceano, con cognomi italiani e radici profonde, hanno indossato la maglia azzurra con passione, hanno fatto tremare le grandi potenze del baseball proprio sul loro terreno di casa e hanno dimostrato al mondo che l’italianità non si misura con il certificato di nascita, ma con il sangue e il cuore. Non parlano la nostra lingua? Pazienza. Hanno il cognome, il sangue, la memoria. E quando possono, tornano, investono, scelgono l’Italia. Sono più italiani di tanti nati qui che, alla prima occasione, scappano verso l’altra sponda dell’Adriatico.
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Lo ius sanguinis non è razzismo. È realtà antropologica. La nazionalità non è un pezzo di carta timbrato all’anagrafe: è cultura, storia, memoria collettiva, senso di appartenenza. Il sangue, la famiglia, la stirpe contano infinitamente di più di un certificato di nascita. Lo sanno bene i discendenti di italiani in Sudamerica che fanno la fila nei consolati per ottenere il passaporto rosso. Lo sa bene chi, pur essendo nato a Buenos Aires o a New York, si commuove ascoltando l’inno di Mameli.
L’Italia ha il dovere di invertire la rotta. Non basta più lamentarsi dei “casi Hasa”. Serve una legge chiara, netta, coraggiosa: lo ius sanguinis come principio cardine della cittadinanza, rafforzato e semplificato per chi ha radici italiane vere, e reso più selettivo – molto più selettivo – per chi nasce qui da genitori stranieri. Chi vuole l’azzurro deve dimostrarlo, non pretenderlo per diritto di suolo.
Altrimenti continueremo a fare da incubatrice per nazionalità altrui. Alleviamo talenti, investiamo milioni nei vivai, diamo formazione, cultura, opportunità… e poi li perdiamo al primo squillo di un’altra bandiera.
Basta. L’Italia non è un albergo. È una nazione.
E una nazione che non difende il proprio sangue, prima o poi, smette di esistere.


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