Palermo, divieto di sosta per le auto perché i musulmani devono celebrare il Ramadan
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Oggi, 19 marzo 2026, mentre i palermitani si preparano a un venerdì qualsiasi, il Comune firma l’ennesima **resa vergognosa**: domani, **20 marzo**, per l’**Eid al-Fitr**, la festa di fine Ramadan, interi tratti di città vengono **requisiti** con divieto di sosta e rimozione forzata dalle 00:00 alle 14:00 (e oltre, «fino a cessate esigenze»). Le vie colpite? **Lungomare Yasser Arafat** (già il nome è un insulto alla storia), via Padre Giovanni Messina, via Guglielmo il Buono (dal 157 a via Contessa Giuditta) e via Michele Piazza. Tutto su richiesta della Questura, tutto per permettere a migliaia di fedeli di stendere tappeti sull’asfalto italiano e pregare in strada perché le moschee traboccano.
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Basta ipocrisia. Questo non è «ordine pubblico» o «inclusione». È **sottomissione pura e semplice**. A Palermo – la città di Federico II, delle cupole arabe conquistate e poi cristianizzate, della Cattedrale normanna che svetta da secoli – oggi si **chiudono le strade per una celebrazione islamica** mentre per la Settimana Santa si sospende solo la ZTL diurna, quasi in punta di piedi, senza stravolgere quartieri interi. Per una processione del Venerdì Santo si discute per settimane se sia «troppo invasiva», ma per l’Eid si libera l’asfalto con gru pronte a trascinare via le auto dei residenti. Due pesi, due misure? No: un peso solo, quello della resa.
Immaginate la scena domani mattina: un operaio della Zisa che esce alle 6 per andare al lavoro trova la macchina rimossa, un’ammenda salata e deve girare ore per un parcheggio alternativo. Una famiglia italiana del Foro Italico costretta a spostare l’auto in piena notte per non rischiare la rimozione coatta. Tutto per far spazio a tappeti stesi, preghiere collettive e festeggiamenti di una comunità che cresce a vista d’occhio. E il Comune? Si vanta di «garantire sicurezza». Sicurezza per chi? Non certo per chi paga le tasse e mantiene questa città.
Il **Lungomare Yasser Arafat** non è un dettaglio: è un simbolo osceno. Intitolare un pezzo di costa siciliana a un leader controverso, e poi usarlo come moschea a cielo aperto, grida vendetta storica. Palermo, che resistette a invasioni, epidemie e dominazioni, oggi si piega senza combattere: prima il nome della strada, poi l’asfalto per le preghiere, domani chissà cos’altro. Le chiese restano vuote la domenica, le processioni vengono guardate con sospetto ambientalista, ma per l’Eid scatta l’ordinanza lampo, la rimozione forzata, la viabilità stravolta.
Questa non è multiculturalismo. È **colonizzazione soft**, accettata a testa bassa da amministratori che preferiscono l’applauso dei giornali «progressisti» alla difesa della propria identità. I residenti italiani – quelli di sempre, quelli che non gridano ma pagano – sono i veri esclusi: esclusi dallo spazio pubblico, esclusi dalle priorità, esclusi dalla narrazione. Domani, mentre pregano in strada sotto il sole di marzo, qualcuno festeggerà. Ma a Palermo, la vera fine del Ramadan è la fine della dignità di una città che si arrende senza sparare un colpo.
Basta. È ora di dire no. Prima che non resti più niente da difendere.


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